Monet: La cattedrale di Rouen. Analisi e commento dell’opera. Monet crea oltre 50 varianti della Cattedrale di Rouen, ma l’ossessiva ricerca della mutevole realtà gli impedisce di rendere ciò che sente


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Il ciclo della Cattedrale di Rouen di Monet è costituito da una cinquantina di dipinti con oggetto la Cattedrale di Rouen.
Monet dipinse la facciata della cattedrale di Rouen
nei diversi orari del giorno e dell’anno, sottolineando le differenze cromatiche tra le varie condizioni atmosferiche.
Qui sotto ci sono tre delle varianti della Cattedrale di Rouen di Monet, conservate nel Museo d’Orsay di Parigi, il tempio del’impressionismo.
Monet, Cattedrale, Rouen,

Nell'illustrazione sono rappresentate nell'ordine: la cattedrale di Rouen, portale, tempo grigio, Museo d'Orsay, Parigi; La cattedrale di Rouen, portale e torre San Romano, pieno sole, Museo d'Orsay, Parigi; La cattedrale di Rouen, portale, sole mattutino, Museo d'Orsay, Parigi.
Nella storia dell’impressionismo la serie della “Cattedrale di Rouen”
è quella in cui è evidente più che mai la vera ossessione di Monet per l’osservazione del dato reale nei vari momenti della giornata.
Per avere un punto di vista privilegiato Monet affittò una camera d’albergo di fronte alla cattedrale di Rouen, passò mesi (dal 1892 al 1894) ad osservare e dipingere; il risultato furono tanti dipinti dello stesso soggetto, ma con diversi colori e sfumature, a seconda dell’ora del giorno e del tempo meteorologico: mattina presto, mezzogiorno, tramonto oppure sole, pioggia, nebbia, neve, ecc.
Per la Cattedrale di Rouen Monet impiega una tecnica completamente nuova. Mentre in passato aveva applicato il colore, frizionandolo in piccole macchie, ora sovrappone le pennellate in modo tale da formare uno spesso strato crostoso. Da vicino le tele appaiono granulose, un miscuglio incoerente di colori, ma se ci si allontana la composizione prende corpo, precisandosi nei particolari.
Monet rischiò di impazzire nel tentativo vano di riprodurre a distanza di giorni la stessa luce, la stessa impressione che aveva avuto giorni prima. Una vera ossessione. Chiaramente l’oggetto non ha importanza in queste tele: la bellissima cattedrale gotica di Rouen, col suo portale strombato ed il grande rosone, coi pinnacoli svettanti interessa a Monet solo nella misura in cui cavità e sporgenze catturano e rimandano la luce in modi diversi.
Ma in questo sta il limite del ciclo della Cattedrale di Rouen di Monet. Manca la sintesi creativa che rende l’attimo universale ed eterno, manca cioé la capacità di fermare l’attimo. Monet, perciò, come Faust, non riesce a fermare la Bellezza assoluta dell’attimo. Ecco perché la Cattedrale di Rouen diventa per lui una vera e propria ossessione : la ricerca dell’ essenza dell’oggetto, la Cattedrale di Rouen, si parcellizza in una serie di impressioni soggettive di Monet , cangianti, secondo il tempo e la luce. Manca quindi nelle varie versioni della Cattedrale , l’individualità, l’uni-versale concreto.
Neppure Monet era soddisfatto di questo lavoro.
Scriveva infatti Monet: “Quanto più vedo tanto più vado male nel rendere ciò che sento;
e mi dico che chi dice di avere finito una tela è un tremendo orgoglioso. […] Lavoro a forza senza avanzare, cercando, brancolando, senza arrivare a un granché, ma al punto di esserne stremato”.
Monet sente che non riesce a cogliere lo spirito unitario, l’anima della cattedrale di Rouen e si rende conto che l’analisi eccessiva della realtà relativizza, seziona ed offusca “ciò che sente”. Il ciclo della cattedrale di Rouen è una grande opera di maestria tecnica, forse addirittura un manifesto implicito dell’impressionismo che però è espressione del relativismo che appartiene al mondo della ragione. L’Arte però non è relativismo, l’Arte tende all’Assoluto. Avrebbe voluto trovare l’assoluto della cattedrale di Rouen: ecco perché la Cattedrale di Rouen diventa un’ossessione per Monet e perché l’artista non può essere soddisfatto dalle cinquanta e più varianti. Ne sarebbe bastata una : quella che accomuna lo Spirito di Monet con l’anima della Cattedrale.
Nessuna meraviglia che Duchamp parlando di lui coniò il termine “pittura retinica”, ossia ottica, puramente visiva e che Cezanne dicesse di Monet: “non è che un occhio, ma buon Dio! Che occhio!” Nella Cattedrale di Rouen la tecnica è quasi fine a se stessa , l’impressionismo per l’impressionismo, non funziona da mezzo per permettere a Monet di “rendere ciò che sente”
Giuseppe Tarditi




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