Nel 1910, Leon Werth scrisse che le forme cubiste di Picasso mostrano le “sensazioni e le riflessioni che sperimentiamo con il passare del tempo”. Nello stesso anno il pittore cubista Jean Metzinger affermò che nei dipinti di Braque “l’immagine totale si irradia nel tempo”. Poiché la filosofia di Bergson faceva intravvedere un’altra realtà parallela a quella che fino ad allora sembrava l’unica, anche l’arte si apre a nuove ricerche. La nuova concezione del tempo soggettivo ed irregolare influisce, infatti, sul cubismo, che, rappresentando contemporaneamente momenti diversi di una medesima scena, introduce per la prima volta in arte la variabile temporale.
Per il cubismo è inutile riprodurre la realtà come la vediamo, perché non è in quella forma che la conosciamo, poiché la nostra coscienza rielabora l’immagine visiva dell’oggetto che conosciamo, quindi ciò che vediamo è solo un dato di partenza che verrà trasformato e rielaborato, più volte nel tempo, dalla nostra coscienza.
A tale proposito è opportuno citare la frase di Zeno, protagonista de “La Coscienza di Zeno” di Italo Svevo: “il tempo che passa getta ogni momento un reagente”. La parola “reagente” deve essere letta nell’accezione più scientifica del termine, ossia come input di una trasformazione o reazione chimica, a seguito della quale il prodotto ingenerato è frutto dell’osmosi dei reagenti che non possono più essere recuperati integralmente nella loro forma originaria. Già l’impressionismo si era opposto alla meccanica riproduzione della realtà, ma solo il cubismo ne ha cercato il significato, filtrandolo attraverso la propria interiorità, in quanto compreso ed interiorizzato dalla coscienza.
Il cubismo vuole rendere la nostra conoscenza della realtà, non limitata all’aspetto di essa che appare al nostro occhio da un qualsiasi punto di vista, ma abbracciata totalmente. Quando vediamo un oggetto davanti a noi e lo percepiamo nelle tre dimensioni dell’ottica naturale, deformandone conseguentemente le proporzioni, sappiamo quali ne siano le misure reali, come sia fatto nei lati che sfuggono alla vista, perché la nostra conoscenza è costituita da precedenti esperienze, che, elaborate dalla ragione e memorizzate, ci permettono di capirlo e di riconoscerlo. Per restituire agli occhi e alla ragione l’essenza della realtà, il cubismo la scompone nelle sue innumerevoli facce e la ricompone accostando le une alle altre sulla superficie della tela. In questo modo, con un’apparente bidimensionalità, noi apprezzeremo globalmente la realtà, vedendola contemporaneamente da ogni lato possibile. Di conseguenza con il cubismo la rappresentazione tiene conto non solo di ciò che si vede in un solo istante, ma di tutta la percezione e della conoscenza che l’artista ha del soggetto che rappresenta. Se il pittore cubista immagina di far ruotare fra le mani l’oggetto da rappresentare o se si tratta di una persona, di girarle addirittura intorno, non coglie un solo aspetto, necessariamente limitato, ma ne percepisce diversi in successione e quindi si muove nel tempo. In questo modo Metzinger pensava che la molteplice prospettiva dei cubisti comprendesse la dimensione temporale: “un tempo un quadro prendeva possesso dello spazio, adesso regna anche nel tempo”. Per restituire agli occhi e alla ragione la realtà nella sua essenza, gli artisti cubisti la scompongono nelle sue innumerevoli facce e poi la ricompongono accostandole sulla tela. Nella bidimensionalità della tela vediamo la realtà globalmente, come accade nella nostra coscienza, osservandola da tutti i lati possibili. Ad esempio nel “Ritratto di Ambroise Vollard” di Picasso c’è una confluenza in una sola immagine di una pluralità di momenti della percezione, che corrisponde ad altrettanti punti di vista, al fine di ottenere una visione complessiva. La visione totale dell’oggetto e la sua riproduzione sulla tela non ci dà solo i vari aspetti del suo volume nello spazio, ma, poiché è frutto della nostra conoscenza attraverso la memoria, ci fornisce anche, e soprattutto, la permanenza dell’oggetto in sintesi nella nostra coscienza, infatti si parla di cubismo sintetico proprio per questo motivo.
Eros Tarditi