In famiglia forse oggi si dialoga di meno . Andando un po’ controcorrente Vox nova, come è nel suo spirito di essere una voce fuori dal coro, propone un dialogo in famiglia su un tema molto sentito nella società postindustriale: l’autorealizzazione.
Le botte e risposta non sono identificate e nessuno degli interlocutori ha un ruolo in questo dialogo. Non importa chi dice che cosa.Importa solo il confronto di idee e che ci sia un dialogo.
n Negli ultimi decenni,con il passaggio dalla società contadina e poi industriale alla società postindustriale, ha preso sempre più peso il problema della cosiddetta autorealizzazione, soprattutto per quelle classi…
n Perché classi? La parola e lo stesso concetto mi sembrano superati
n Hai ragione; diciamo quelle categorie di persone meno coinvolte nei problemi di soddisfare i bisogni più necessari (mangiare,avere un riparo, una casa).
n Già sul piano letterale la parola realizzarsi nasconde una mistificazione:in realtà il verbo realizzare non è riflessivo ma transitivo:si realizza un desiderio,un sogno,un’idea ,un progetto; esprime cioè il far passare qualcosa dal piano astratto o ideale al piano concreto…
n Ma noi invece siamo già concreti, siamo reali, semmai chi ci ha realizzato sono i nostri genitori o il Creatore, per chi ci crede, che avendoci amati ci hanno fatto passare dal piano del sentimento, del desiderio al piano della realtà e lasciandoci dentro un loro segno
n Ma allora perchè questo mito dell’autorealizzazione?
n Non so se hai notato, ma il concetto o la parola è prevalentemente usata al negativo. Non si dice tanto: io mi realizzo quanto io non mi realizzo, non mi sto realizzando
n Certo! Quante volte ho sentito o mi è venuto in animo di dire: Uffa, sempre in casa a lavorare oppure: con il mio lavoro , Io non mi realizzo. Ma quella che deprechiamo è la vera realtà che noi viviamo , è la vita che realizziamo.
n Ma vedi, è proprio l’utilizzo al negativo che mette in luce la natura mistificatoria. del concetto. In realtà attraverso questo concetto si vuole negare la realtà del nostro essere come realmente siamo e si vuol costruire un altro noi stessi come vorremmo che fossimo , e per questo si vuol dare natura sostanziale ad un’entità che non è reale: ipostatizzare un io che non esiste.
n Attraverso l’uso del riflessivo (realizzarsi) o attraverso il prefisso auto predichiamo una realtà di noi stessi diversa da quella che siamo. Tutto il giorno in casa più o meno a lavorare? No! In realtà noi siamo delle scrittrici,o delle dive o delle sante(oggi forse un po’ meno), la nostra vera realtà diversa da quella che invece è l’unica reale.
n Questo però, se forse soddisfa il nostro narcisismo, è un processo pericoloso. Attraverso lo sdoppiamento della nostra identità e soprattutto la negazione o la mancata accettazione di quello che siamo nella realtà però noi perdiamo l’amore di noi stessi,delle persone e dell’ambiente che ci circonda e così ,inseguendo un vago ed incerto noi stessi più o meno ideale che non esiste, ci distacchiamo sempre più da noi stessi
n Ma così possiamo essere preda della cosiddetta depressione. Una malattia tipicamente mass mediatica,che si contrae e di cui veniamo prigionieri ,a parte per cause organiche o, in concomitanza con le stesse, proprio perchè arriviamo a negare il valore ,la verità, la bellezza e la bontà di quello che siamo veramente.
n Perché dici mass mediatica?
n Perché spesso i modelli che i mass media ci propongono sono lontani dalla nostra vera realtà
n Non solo ma i mass media presentano la stessa depressione come qualcosa di reale , un tunnel da cui non si può uscire mentre esso non reale è solo un tunnel,una scatola che ci costruiamo noi e a cui i mass media danno una realtà oggettiva o almeno sociale.
n Ovviamente più sene parla ,più diventa reale, meno riusciamo a sentirci fuori da qualcosa che ci tiene prigionieri e che in realtà non esiste.
n E’un po’come il terrorismo, si autoalimenta con i mass media…
n Beh non propriocosì…comunque un’analogiaè possibile,in fondosulladepressione sifa sui mass media una sorta di terrorismo…
n Ritorniamo però aldiscorsodellamancata accettazione di noi stessi e della nostra realtà .si potrebbe fare un parallelo con la chirurgia estetica,solo che nel caso l’operazione è meno subdola,perché sì che rifiutiamo la nostra realtà ma almeno sappiamo che cambiamo la nostra materia, che abbiamo dei difetti e che vogliamo correggerli.
n Ma allora : come uscirne?
n Accettandosi per quello che siamo e nella realtà in cui viviamo,con il desiderio e l’impegno continuo di migliorarci ,di interagire con il prossimo, di accettare le sfide che la vita ci propone, di cercare di realizzare le nostre idee, i nostri progetti ed i nostri sogni,
n certo però sapendo però che sono progetti,idee o sogni nostri ma che non sono noi come siamo,per cui dovremmo avere quasi un diritto divino od innato in noi stessi a realizzarli. Sono oggetto di conquista ,giorno dopo giorno:è la vita stessa ,che implica il cambiamento.
n Questo non vuol dire che non abbiamo innato un nostro percorso che salda il nostro futuro con il nostro passato
n Eh, ma questa è la teoria del processo di individuazione, la cui esistenza Jung ha cercato di dimostrare,ed in parte ci è riuscito,attraverso l’analisi dei sogni e con lo studio ed il vissuto di diverse culture,attraverso cui è giunto alla scoperta di archetipi dell’inconscio collettivo. Non si tratta però di un concetto il cui scopo è quello di negare la realtà di cui facciamo parte.
n Al contrario è una ricerca di noi stessi, partendo dalla vera realtà de nostro presente o passato, dalla ricerca interiore per costruire il nostro futuro,è il “conosci te stesso” per migliorarti. Non quindi abbandonarsi alla frustrazione di non essersi realizzato ma semmai l’impegno a realizzare il nostro cammino verso mete sempre più impegnative, partendo dalla nostra storia e da quell’imprinting da cui siamo probabilmente stati segnati dai nostri genitori
n Sì, come parte più diretta e sintesi più vicina a noi dell’umanità intera e,per chi ci crede, dal Creatore,che ci hanno talmente amati da farci diventare delle realtà storiche.
n In fondo noi siamo degli individui,indivisibili ,ma anche parte , segmenti, di un tutto che i nostri genitori ci hanno tramandato,anche materialmente, attraverso il dna e che noi tramanderemmo ai nostri figli…
Ma questo è un discorso lungo… lo riprenderemo un'altra
volta.
Giuseppe Tarditi