EROS TARDITI
VIVERE IL TEMPO
DELLA VITA
Alla mia famiglia, che è da sempre
l’affetto più prezioso che ho
3
PREFAZIONE
Molti credono che il tempo si misuri con l’orologio. Ma non è così.
Questo saggio breve, pamphlet per coloro, e purtroppo oggi sono molti,
che preferiscono “l’arido inglese” al melodico italiano, vuole essere
testimonianza di questo inganno scientifico.
Sovente la scienza ha voluto dimostrare di avere le risposte a tutto e
di poterle argomentare secondo il cosiddetto rigore scientifico in modo da poter
assurgere a delle conclusioni incontrovertibili.
L’errore più grande è stato quello di voler avere la presunzione di
descrivere e rappresentare le dimensioni della vita umana in toto con strumenti
scientifici e pretendere che la realtà fosse quella regolata dal meccanicismo
scientifico.
La scienza ha piegato il tempo alle proprie regole, al proprio mondo di
leggi e formule, ma anche alle esigenze umane.
Tuttavia questa descrizione e segmentazione del tempo non rappresenta la
realtà ma un mondo mentale condiviso dalla comunità per ragioni pratiche di
convivenza, in quanto il tempo è un flusso continuo che non si può arrestare
ed in particolare ogni istante può avere per ognuno di noi una durata ben
diversa, soggettiva.
Ma poi interviene
l’orologio che annulla questo relativismo e ci riconduce all’oggettività:
quell’istante dura un certo tempo, niente di più e niente di meno, ed è
uguale per tutti.
Prima che tu prosegua nella lettura vorrei spiegarti le novità di
questo libercolo: in primis non ho usato le note perché spesso, o meglio
sempre, sono inutili, altrimenti non sarebbero note, ed appesantiscono la
lettura annoiando noi poveri lettori che dobbiamo sorbirci lo sfoggio di
“cultura” dell’autore.
4
Inoltre all’inizio di ogni capitolo, per altro molto breve, ho scelto
una o due frasi di alcune voci archetipiche per sintetizzare i temi che verranno
trattati nel capitolo e permetterti così di scegliere più consapevolmente se
leggere il capitolo o saltarlo a piè pari perché hai di meglio da fare o
semplicemente perché non lo ritieni degno della tua attenzione.
Confesso che la decisione di riportare alcune frasi, un po’
aforismatiche, come presentazione di ogni capitolo è dettata anche dal fatto di
voler ingolosire la tua curiosità e la tua attenzione su questi temi che io
ritengo, e spero anche tu, molto coinvolgenti e classici, nel senso che toccano
alcuni problemi aperti, come il rapporto con il tempo,
con cui l’uomo si è dovuto confrontare sin dalla sua comparsa sulla
Terra.
Noterai anche un layout un po’ inconsueto, in cui vengono evidenziate
alcune frasi rispetto alle altre, ponendole al centro, usando il grassetto e/o
il corsivo, per agevolare una lettura più spedita e poi per sottolineare
esplicitamente e maggiormente il messaggio che vorrei darti con questo scritto
ed evitare, come spesso mi è accaduto da lettore, di non ricordare più niente
di un libro alla fine della lettura.
5
6
Capitolo 1
EXCURSUS SUL CONCETTO DI TEMPO
“…cos’è
il tempo? Se nessuno m’interroga, lo so; se volessi spiegarlo a chi mi
interroga, non lo so…”
Sant’Agostino
“Cos’è il tempo?”,
si chiedeva Sant’Agostino, “se nessuno m’interroga, lo so; se
volessi spiegarlo a chi mi interroga, non lo so”. L’asserzione di
Sant’Agostino dimostra come sia difficile spiegare questo concetto, nonostante
esso sia così connaturato al nostro io e così familiare nei nostri discorsi.
La questione fu ripresa nel periodo tra otto e novecento non solo per fare
chiarezza laddove si era arenato Sant’Agostino, ma anche, e soprattutto, perché
radicali mutamenti in campo tecnologico e socio-culturale imposero nuovi modi di
percepire e di vivere il tempo. Infatti la centralizzazione dell’economia, la
concentrazione della popolazione nelle città, la radiotelegrafia, il telefono
e, last but not least, l’orario delle ferrovie resero necessario un sistema
universale del tempo al fine di coordinare la vita nel mondo intero. Le tappe
salienti di questo iter furono l’introduzione dell’ora ufficiale mondiale e
la Conferenza Internazionale sul Tempo, svoltasi a Parigi nel 1912 per la
necessità di conferire un’uniformità nei segnali orari da trasmettere nel
mondo. Quando si parla di tempo tutti noi, istintivamente,
pensiamo ad una categoria oggettiva, nel senso che esiste un solo tempo.
7
Si
tratta del cosiddetto “tempo spazializzato” della scienza, rappresentabile
come una serie di istanti che si susseguono ordinatamente
e cronologicamente nella progressione passato-presente-futuro, in maniera simile
a dei punti su una linea. Siamo di fronte ad una scomposizione indefinita del
tempo in cui si possono rilevare delle contraddizioni: il
tempo segmentato ed irrigidito contraddice il concetto stesso di tempo, che è
movimento perpetuo e perciò tale scomposizione
offre un’immagine astratta ed irreale. Il tempo diacronico, di cui
parlava la scienza, in primis i positivisti, non rappresentava la fotografia
della realtà ma una mera costruzione dell’intelligenza. L’atto
intellettivo postula, infatti, la spazialità prima ancora della temporalità,
in quanto pensare in termini concettuali significa distinguere e non può
esistere distinzione senza spazialità. Per la scienza gli istanti possono
essere differenti solo quantitativamente, per converso noi ci accorgiamo che fra istante ed istante vi è una notevole differenza qualitativa.
Per la scienza ogni momento è estraneo all’altro, mentre noi sperimentiamo,
ad esempio nel pentimento, che vi è compenetrazione tra i diversi momenti. Per
la meccanica, inoltre, ogni momento è reversibile, nel senso che si può sempre
tornare indietro, ma la vita ci insegna che ogni giorno porta con sé delle
proprie novità irripetibili. Infine nel considerare nuovamente questa antinomia
fra “tempo della scienza” e tempo percepito-vissuto si può dire che ciò
che è valido per i fenomeni fisici non può essere trasferito alla vita
interiore dell’uomo. Di conseguenza la
scienza non ha considerato il tempo della vita, dell’attesa, del desiderio e
del ricordo, che viene percepito da ognuno di noi in maniera personale, intimistica
ed ogni volta in modo diverso, con pesi e misure che mutano perpetuamente.
A questo punto del nostro discorso si impone la seguente domanda: qual è il
tempo reale, ossia quello interiore-vissuto? Si può trovare una risposta a tale
quesito nelle opere di Bergson.
8
Capitolo 2
DAL CONCETTO DI DURATA ALL’INCONSISTENZA DEL PRESENTE
“…quando
seguo con gli occhi sul quadrante di un orologio il movimento delle
lancette…non misuro una durata, come pare si creda, mi limito a contare delle
simultaneità, il che è molto diverso…”
Bergson
“…noi
non percepiamo praticamente che il passato dal momento che il puro presente è
l’inafferrabile progresso del passato che fa presa sul futuro…”
Bergson
La grande novità della speculazione del filosofo
francese consiste nell’avere identificato il tempo vissuto con la
“durata”, che, per sua natura, non è percepibile mediante l’intelligenza,
ma attraverso la memoria e la coscienza. Egli nel “Saggio
sui dati immediati della coscienza”, scrive: “quando seguo con gli occhi
sul quadrante di un orologio il movimento delle lancette…non misuro una
durata, come pare si creda, mi limito a contare delle simultaneità, il che è
molto diverso”. Il tempo astronomico dell’orologio è, infatti, un insieme
di posizioni delle lancette sul quadrante che al passare degli istanti prendono
posizioni diverse.
9
Ma tutto ciò è solo esteriorità, in quanto una
successione degli istanti “esiste soltanto per uno spettatore cosciente che
ricorda il passato e giustappone le due oscillazioni”. L’orologio rappresenta le convinzioni scientifiche e razionaliste, in
quanto ha una funzione archetipica. E’ l’emblema della costanza, della
precisione e dell’omologazione a cui inevitabilmente porta una concezione del
tempo caratterizzata da una scansione regolare: per cui ogni secondo, ogni
minuto, ogni ora è sempre uguale, ha lo stesso valore, lo stesso peso. Ciò che
conta in questa visione è l’aspetto quantitativo e non quello qualitativo,
che, invece, rappresenta la vera fotografia della nostra percezione del tempo.
E’ evidente in questo esempio la critica di Bergson ai positivisti e a tutti
coloro che armati con il ferreo determinismo della matematica e della fisica
pensano di poter regolare e governare tutte le dimensioni della vita umana,
anche il tempo.
Il tempo della fisica “si può rappresentare con una collana di perle separate e
tutte uguali”, come asserisce Bergson in “Introduzione
alla Metafisica”. Il tempo della
vita, per converso,
“è come un gomitolo di filo o una valanga, che continuamente mutano e
crescono su se medesimi”.
Con queste metafore Bergson ci suggerisce che il
tempo della scienza ed il tempo vissuto sono diametralmente opposti, sono agli
antipodi. Dal brano del “Saggio”,
relativo all’esempio dell’orologio, si evincono alcune riflessioni. Mentre
l’interpretazione del tempo fornitaci dalla scienza è una creazione astratta
dell’uomo, una mera convenzione che ha ragion d’essere solo perché risponde
ad esigenze pratiche, in quanto conferisce ordine e stabilità, la durata è il
tempo concreto. Nel tempo astratto vi è distinzione fra presente, passato,
futuro e la progressione è regolare e continua.
10
Nella durata, invece, manca questa distinzione e la
progressione è irregolare, cioè ammette salti, riduzioni e dilatazioni, così
che un minuto può essere più lungo di un’ora o di un giorno o di un anno.
Infatti “i fatti della coscienza” non sono riducibili ad un’astratta
successione meccanica, perché “durano”, ossia vivono, crescono e muoiono.
Sono possibili sia sospensioni sia ritorni nel passato in una visione del tutto
soggettiva, in quanto il tempo della vita è il tempo reale che viene filtrato e
rielaborato dalla nostra coscienza. Essa, quindi, è qualcosa di profondamente
unitario e mobile nello stesso tempo: conserva gli input del mondo esterno perché
questi “danno luogo a dei fatti di coscienza che si compenetrano e…legano il
passato al presente…e al futuro”, come sostiene Bergson. Non esistono, perciò,
due momenti identici, in quanto il successivo contiene sempre, in più del
precedente, il ricordo che quest’ultimo ha lasciato di sè. Si ingenera, così,
un insieme che è in continua evoluzione e la vita interiore è, quindi,
progresso e “slancio vitale”. Ne
consegue che il concetto di durata è caratterizzato da quattro qualità
peculiari: 1) è novità assoluta ad ogni istante, per cui c’è un continuo
processo di creazione. 2) Conserva integralmente tutto il passato, o meglio,
come dice Bergson stesso, sempre nel “Saggio”,
la durata si manifesta “quando il nostro io si lascia vivere, quando si
astiene dallo stabilire una separazione tra lo stato presente e quello anteriore
”. 3) E’ “una eterogeneità pura entro cui non vi sono qualità
distinte”. 4) E’ fluire continuo, poiché ciascun stato della coscienza
fluisce in stati successivi formando un tutto dinamico, un flusso continuo, un
divenire senza sosta di istanti che si compenetrano mutuamente e, in antitesi
con quanto diceva la scienza tradizionale, non sono separabili e non si
susseguono. Pirandello riprende questo tema della filosofia di Bergson, secondo
cui l’universo è in continuo divenire, soggetto ad un’evoluzione creatrice,
per cui contemporaneamente resta se stesso e cambia.
11
Ovviamente anche l’uomo è partecipe di questo moto
continuo o flusso vitale, ma nello stesso tempo, secondo Pirandello, vorrebbe
capirlo, schematizzarlo, riportarlo ad una legge per dominarlo e declinarlo alle
proprie esigenze. Scrive, infatti, nella seconda parte del suo
trattato “L’umorismo”:
“la vita è un flusso continuo che noi cerchiamo di arrestare, di
fissare in forme stabili e determinate, dentro e fuori di noi ”. “Le forme
in cui cerchiamo d’arrestare, di fissare in noi questo flusso continuo, sono i
concetti, sono gli ideali a cui vorremmo serbarci coerenti, tutte le finzioni
che ci creiamo, le condizioni, lo stato in cui tendiamo stabilirci. Ma dentro
noi stessi,…il flusso continua, indistinto, sotto gli argini, oltre i limiti
che noi imponiamo” ed “il flusso della vita è in tutti”.
Da qui, quindi,
nasce il dramma: l’uomo tenta inutilmente di catturare il flusso in
forme fisse e quindi inadeguate, ma più si sforza di produrre forme diverse più
si aliena; quanto più si circonda di forme fittizie, tanto più si allontana
dalla realtà.
Anche il tempo è una delle tante forme create dall’uomo per le sue esigenze di conferire un ordine alla realtà, sottraendola al “caos”, e tale forma è fallace, falsa ed inconsistente. Vera è, invece, la nozione di durata e tempo soggettivo, scandito cioè dalla coscienza di ogni singolo individuo. Ma la durata non conosce la distinzione passato-presente-futuro e non procede neppure linearmente a senso unico: ammette salti, accelerazioni e decelerazioni. Ogni individuo è, quindi, un mondo a sé stante, che può sfiorare gli altri, ma che non può essere comunicato, in quanto manca qualsiasi termine comune di riferimento. Non può esserci per Bergson né coscienza, né tempo interiore senza la memoria, di conseguenza “coscienza significa memoria”. Essa non è un ricordo: se quest’ultimo è solo una selezione inconsapevole tra le esperienze passate, di quella che ci è più utile per il momento contingente, la memoria, invece, è il risultato dell’intera storia dell’individuo. Scrive, infatti, Bergson, in “L’Evoluzione Creatrice”:
12
“che siamo, che cos’è il nostro carattere se non la sintesi della
storia che abbiamo vissuto fin dalla nascita?…Certamente noi pensiamo solo con
una piccola parte del nostro passato, ma è con tutto il nostro passato…che
noi desideriamo, vogliamo ed agiamo”.
Questo
concetto, elemento nodale della filosofia di Bergson, era già stato sviluppato
nel “Saggio”, quando il filosofo
afferma che le nostre azioni rispondono “all’insieme dei nostri sentimenti,
dei nostri pensieri e delle nostre più intime aspirazioni, a quella particolare
concezione della vita che è l’equivalente di tutta la nostra esperienza
passata”. Attuando uno dei suoi consueti capovolgimenti delle opinioni
correnti, Bergson afferma che il ruolo del passato nella vita cosciente è molto
più attivo ed importante della vita cosciente stessa. Secondo l’opinione
tradizionale esisterebbe soltanto ciò che si percepisce nel presente. Una volta
esauritasi la percezione presente, la sua immagine, sino ad allora colorata si
sbiadirebbe subito nel ricordo. Secondo Bergson, di contro,
“si potrebbe dire che non abbiamo presa sul futuro, senza un’uguale
e corrispondente prospettiva sul passato”(da “Materia
e Memoria”).
A questo punto Bergson non può non chiedersi che
cosa sia il momento presente. La risposta si trova in “Materia e Memoria”: “la caratteristica del tempo è di
scorrere, il tempo trascorso è il passato e chiamiamo presente l’istante in
cui scorre.
13
Ma qui non si tratta di un istante matematico…ciò
che chiamo il mio presente sconfina contemporaneamente sul mio passato e sul mio
futuro”. “Bisogna dunque…che sia una percezione dell’immediato passato
ed una determinazione dell’immediato futuro”. Possiamo, perciò, concludere
che il presente è un’astratta finzione e ciò troverebbe un riscontro sempre
in “Materia e Memoria”:
“niente è meno del momento presente, se in tal modo intendete questo
limite indivisibile che separa il passato dal futuro. Quando pensiamo questo
presente come dovente essere non è ancora e quando lo pensiamo come esistente
è già passato”.
In questo
contesto il termine “indivisibile”, riferito al presente, può essere
interpretato in maniera duplice ed ambivalente: come
una determinazione del fluire del tempo che è perpetuo e quindi non
scomponibile o come momento talmente piccolo da essere inconsistente e poter
affermare, perciò, che “niente è meno del momento presente”, poiché
quando lo percepiamo è già passato. Di
conseguenza, prosegue Bergson,
“noi non percepiamo praticamente che il
passato dal momento che il puro presente è l’inafferrabile progresso
del passato che fa presa sul futuro”.
14
Capitolo 3
IL PASSATO DENTRO IL PRESENTE
“…nella
mia ricerca delle situazioni patogene…in cui i sintomi ebbero origine, fui
condotto sempre più indietro nella vita del paziente e finii col pervenire ai
primi cinque anni della sua infanzia…”, in quanto “…lasciavano tracce
inestirpabili…”
Freud
Questa valorizzazione del passato in rapporto al
presente da parte di Bergson si inquadra nel clima culturale del periodo in
questione, ovvero il lasso di tempo che intercorre dalla seconda metà dell’
ottocento alla prima metà del novecento. Più di quanto fosse accaduto in
precedenza vi era una propensione in favore del passato, sia da parte di coloro
che sostenevano che il passato avesse un effetto positivo, in quanto fonte di
libertà e di identità, che da parte di coloro che lo esaminavano criticamente
come giustificazione dell’inattività propria del periodo. A portare il
passato dentro il presente furono anche due invenzioni che cambiarono il modo in
cui gli uomini esperivano il loro passato personale e collettivo: il fonografo,
inventato da Edison nel 1887, e la macchina fotografica. Nell’ “Ulisse”
Joyce riflette sull’uso del fonografo “che rendeva possibile all’uomo
parlare in avanti nel tempo a chi ascolta all’indietro”. Non a caso proprio
in questo periodo si moltiplicavano gli studi sulla memoria, sul ruolo
dell’infanzia e del passato: da qui nasce la psicoanalisi.
15
Freud cercava di attingere al passato per capire la
nevrosi dei suoi pazienti. “Nella mia ricerca delle situazioni patogene…in
cui i sintomi ebbero origine, fui condotto sempre più indietro nella vita del
paziente e finii col pervenire ai primi cinque anni della sua infanzia”, in
quanto “lasciavano tracce inestirpabili”, che avrebbero costituito,
successivamente, il materiale di costruzione della personalità del soggetto in
esame. Come osserva lo storico Kern, Freud recò diversi contributi al pensiero
sull’incidenza del passato.
“Egli sostenne che il passato più lontano, quello della nostra prima
infanzia, è il più importante; che i ricordi più importanti sono regressi e
non semplicemente dimenticati; che tutti i sogni e le nevrosi hanno la loro
origine nell‘infanzia e che tutte
le esperienze lasciano qualche traccia durevole nella memoria”.
La più provocatoria, forse, fu l’idea che
“tutte le impressioni sono conservate, non solo nella stessa forma in
cui vennero recepite la prima volta, ma anche in tutte le forme che hanno
assunto nei loro sviluppi futuri”.
Bisogna però notare che, a differenza di Bergson,
Freud non identifica la psiche con la sola coscienza, in quanto una parte della
vita psichica si svolge nella sfera dell’inconscio. Oltre ai concetti di cui
siamo coscienti vi sono, infatti, per Freud altri “concetti latenti”,
inconsci, che trovano la loro genesi in eventi od in situazioni della vita
passata e rimangono tali perché la
coscienza esprime repulsione nei loro confronti. Sono i cosiddetti “lapsus
freudiani”, di cui Freud tratta ampiamente nel libro
“Psicopatologia della Vita Quotidiana”. Anche ne “La
Coscienza di Zeno” di Svevo si
16
riscontrano taluni influssi ed echi della teoria
psicoanalitica. Per esempio, in occasione del funerale di Guido Speier, il
protagonista Zeno, pur intenzionato a partecipare alla cerimonia, sbaglia corteo
funebre. In questa circostanza si intravede galleggiare ancora fra le righe
l’inconscio, in cui sopravvive sul piano irrazionale il passato di Zeno, che
mostra i suoi veri sentimenti di rifiuto nei confronti del rivale Guido. Per
Freud, quindi, la coscienza è, sovente, una “razionalizzazione” e un
“mascheramento” di motivi profondi. Egli ricondusse questi motivi alle
primitive pulsioni della vita infantile, ai suoi bisogni primari,
sostanzialmente egoistici. Questi bisogni si scontrano con le regole
educativo-sociali del mondo adulto ed il loro carattere più apertamente
egoistico viene rimosso e trasformato dalla coscienza. Tuttavia
dal luogo inconscio della sua rimozione il rimosso continua ad esercitare un
condizionamento inavvertito sul soggetto cosciente.
17
Capitolo 4
IL RIFLESSO DELLE NUOVE TEORIE IN LETTERATURA ED IN ARTE
“…non
solo siamo la somma dei singoli momenti della nostra vita, ma il prodotto dei
nuovi aspetti che essi acquistano ad ogni nuovo momento. Non diventiamo più
poveri per il tempo passato e perduto; solo esso anzi dà sostanza alla nostra
vita…”
Hauser
La rivalutazione del passato da parte di Freud e,
soprattutto, la concezione del tempo come durata di Bergson hanno influito
moltissimo sulla letteratura e nelle arti figurative. La nuova concezione del tempo influisce infatti sul cubismo, che, rappresentando
contemporaneamente momenti diversi di una medesima scena, introduce per la prima
volta in arte la variabile temporale. Non a caso Leon Werth, nel 1910,
scrisse che le forme cubiste di Picasso mostrano le “sensazioni e le
riflessioni che sperimentiamo con il passare del tempo”. Nello stesso anno il
pittore cubista Jean Metzinger affermò che nei dipinti di Braque
“l’immagine totale si irradia nel tempo”.
Per il cubismo è inutile riprodurre la realtà come la vediamo, perché
non è in quella forma che la conosciamo poiché la nostra coscienza rielabora
l’immagine visiva dell’oggetto che conosciamo, quindi ciò che vediamo è
solo un dato di partenza che verrà trasformato, più volte nel tempo, dalla nostra coscienza.
18
“Guernica” , per esempio, non
ha tanto la finalità di descrivere un fatto storico, ossia il bombardamento
della città basca Guernica da parte di aerei tedeschi, che appoggiavano le
truppe del generale Franco contro il governo legittimo repubblicano di Spagna,
quanto l’effetto che tali avvenimenti hanno prodotto sulla coscienza di
Picasso.
Analogamente nel romanzo il tempo è sottoposto ad un trattamento nuovo,
fondato sulle rifrazioni che esso ha nella coscienza
del protagonista-narratore. Vi è, infatti, la disarticolazione di un
ordine cronologico, di un “prima” e di un “poi”, nel senso che il
narratore contamina presente e passato, legge e sente il presente, filtrandolo
attraverso il passato. A causa della nuova concezione del tempo,
elaborata dal filosofo francese, l’ordinata successione
cronologico-causale, generalmente rispettata nel romanzo ottocentesco, va in
frantumi e vi è un continuo passaggio fra presente e passato. Da qui
l’introduzione dell’uso frequente del flash-back, che mette sullo stesso
livello il “tunc” ed il “nunc”, con transizioni rapide ed
ingiustificate, se non a livello di associazioni alogiche ed in particolare di
analogie psichiche.
Ecco
perché ne “La Coscienza di Zeno”
di Svevo, per esempio, troviamo uno
sconvolgimento delle sequenze narrative, con prolessi ed analessi: nel capitolo
relativo alla morte del padre si trovano già annunciati elementi che riguardano
il matrimonio. Inoltre nel capitolo in cui Zeno è arrivato a sposarsi ci sono
riferimenti al suo adulterio, che, a loro volta, sono recuperati ed interpretati
come posteriori nel capitolo dedicato all’associazione commerciale con Guido.
Sempre nello stesso capitolo del matrimonio la digressione sulla morte del
suocero è inserita nel contesto come un’anticipazione. Inoltre l’accenno al
violino che Zeno portava talvolta
in casa Malfenti è sempre risultato della tecnica dell’anticipazione,
adottata da Svevo per preparare il lettore ad una scena futura, che avrà luogo
quando apparirà un nuovo personaggio, Guido.
19
Il tempo, pertanto, non ha uno svolgimento diacronico, ma si dilata, si
restringe, si sovrappone a se stesso, si annulla, proprio secondo i ritmi della
coscienza.
Ecco quindi che un episodio banale si amplia ed un evento importante, come la
morte, l’amore e l’amicizia, si esaurisce in poche righe. Inoltre eventi di
epoche diverse o contemporanee sono narrati all’interno di un “tempo
misto”, connotato dall’uso alterno del passato e dell’imperfetto, che sono
risolti poi nel condizionale, carico com’è di una valenza introspettiva
altrimenti irrealizzabile. Quindi il lettore non può più contare su
quel “filo di Arianna” che gli veniva fornito dal narratore ottocentesco,
che spiegava l’agire dei personaggi ed esplicitava il trait d’union fra le
varie vicende. Adesso, di contro, il vicino viene allontanato ed il lontano
avvicinato, l’importante trascurato ed il banale valorizzato. Nel romanzo del ‘900 si ha, perciò, un continuo
spostarsi alla rinfusa nel tempo, che, come si è visto, diviene una dimensione
puramente legata al soggetto, proprio come nella filosofia di Bergson. Cosi’ si
alterano anche i rapporti tra la durata oggettiva degli eventi e la durata della
narrazione: un evento piccolissimo, filtrato attraverso tutto ciò che passa
nella coscienza degli individui in ogni istante, è in grado di dare vita a
ricordi e ad assembramenti di idee che possono protrarsi per svariate pagine. Così
Svevo, nel 4° e 5° capitolo de “La
Coscienza di Zeno”, accelera e decelera i fatti, secondo il valore
qualitativo che la sua coscienza attribuisce loro. Analogamente ne “Il
Fu Mattia Pascal” di Pirandello le rr. 1-33 del III capitolo (che riassumono tutti gli anni della
giovinezza e della breve maturità del padre di Mattia) o le rr. 250-251 (che
con ogni probabilità ricoprono
addirittura alcuni anni), in
proporzione hanno una durata ben diversa rispetto alle rr. 89-102, dedicate alle
dichiarazioni di zia Scolastica riguardo al suo mancato matrimonio. In questo
passo la voce del narratore scivola, senza che il lettore venga avvertito, nel
discorso
20
indiretto della zia, che poi diventa discorso diretto
e trova anche degli interlocutori, dando luogo ad una sorta di teatrino
nascosto, che si interrompe solo con il ritorno delle considerazioni del
narratore. E’ chiaro che dalla durata della narrazione dipende in misura
notevole la velocità del racconto. Basta infatti che il narratore aggiunga un
suo commento o semplicemente non riporti una battuta di un personaggio, perché,
rispettivamente, il discorso sia più lungo o più corto della storia
rappresentata. Ne “Il
Fu Mattia Pascal” l’ordine narrativo dei fatti non coincide con
l’ordine con cui essi si sono verificati: vi sono spostamenti all’indietro,
ossia analessi e retrospezioni, e spostamenti in avanti, ovvero prolessi e
anticipazioni. Tutto il romanzo appare costruito come una lunghissima analessi,
a partire dal presente, dal momento in cui Mattia scrive e da questo piano
cronologico il soggetto narrante parla e ad esso sovente ritorna. “Il fu Mattia Pascal” comincia en arrière, a vicenda conclusa e
con questo artificio lo scrittore vuole sottolineare la distanza che separa il
tempo dell’annunciazione dal tempo della storia. In questa prospettiva, quindi, il leitmotiv del tempo, visto come
principio di logoramento e di dissoluzione, perde importanza,
perché noi, come afferma giustamente Hauser, “non solo siamo la somma dei
singoli momenti della nostra vita, ma il prodotto dei nuovi aspetti che essi
acquistano ad ogni nuovo momento”. “Non diventiamo più poveri per il tempo
passato e perduto; solo esso anzi dà sostanza alla nostra vita”. Di
conseguenza la rappresentazione dell’interiorità del personaggio è, ora,
contaminazione di piani cronologici, magma memoriale perennemente mutevole, da
scandagliare con le tecniche più diverse, in parte già sperimentate prima (il
discorso indiretto libero) ed in parte nuove (il monologo interiore).
Anche l’impressionismo si era opposto alla meccanica riproduzione della
realtà, ma solo il cubismo ne ha
cercato il significato, filtrandolo attraverso la propria interiorità, in
quanto compreso ed interiorizzato dalla coscienza.
21
Il
cubismo infatti vuole rendere la nostra conoscenza della realtà, non limitata
all’aspetto di essa che appare al nostro occhio da un qualsiasi punto di
vista, ma abbracciata totalmente. Quando vediamo un oggetto davanti a noi e lo
percepiamo nelle tre dimensioni dell’ottica naturale, deformandone
conseguentemente le proporzioni, sappiamo quali ne siano le misure reali, come
sia fatto nei lati che sfuggono alla vista, perché la nostra conoscenza è
costituita da precedenti esperienze, che, elaborate dalla ragione e memorizzate,
ci permettono di capirlo e di riconoscerlo. Ora si
capisce la frase di Zeno:
“il tempo che passa getta ogni momento un reagente”.
La parola “reagente” deve essere letta nell’accezione più
scientifica del termine, ossia come input di una trasformazione o reazione
chimica, a seguito della quale il prodotto ingenerato è frutto dell’osmosi
dei reagenti che non possono più essere recuperati integralmente nella loro
forma originaria.
Per restituire agli occhi e alla ragione l’essenza della realtà, il cubismo
la scompone nelle sue innumerevoli facce e la ricompone accostando le une alle
altre sulla superficie della tela. In questo modo, con un’apparente
bidimensionalità, noi apprezzeremo globalmente la realtà, vedendola
contemporaneamente da ogni lato possibile. Di conseguenza con il cubismo la
rappresentazione tiene conto non solo di ciò che si vede in un solo istante, ma
di tutta la percezione e della conoscenza che l’artista ha del soggetto che
rappresenta. Se il pittore cubista immagina di far ruotare fra le
mani l’oggetto da rappresentare o se si tratta di una persona, di girarle
addirittura intorno, non coglie un solo aspetto, necessariamente limitato, ma ne
percepisce diversi in successione e quindi si muove nel tempo. In questo modo
Metzinger pensava che la molteplice prospettiva dei cubisti comprendesse la
dimensione temporale:
22
“un tempo un quadro prendeva possesso dello spazio, adesso regna anche
nel tempo”.
Per restituire agli occhi e alla ragione la realtà
nella sua essenza, gli artisti cubisti la scompongono nelle sue innumerevoli
facce e poi la ricompongono
accostandole sulla tela. Come già accennato, nella bidimensionalità della tela
vediamo la realtà globalmente, come accade nella nostra coscienza,
osservandola da tutti i lati possibili. Ad esempio nel “Ritratto
di Ambroise Vollard” di Picasso c’è una confluenza in una sola immagine
di una pluralità di momenti della percezione, che corrisponde ad altrettanti
punti di vista, al fine di ottenere una visione complessiva. La visione totale
dell’oggetto non ci dà solo i vari aspetti del suo volume nello spazio, ma,
poiché è frutto della nostra conoscenza attraverso la memoria, anche, e
soprattutto, quello della “durata”, ossia della permanenza di esso in
sintesi nella nostra coscienza. Anche in “Guernica”
le singole figure sono costruite secondo il criterio della visione simultanea da
più lati e si presentano con un aspetto decisamente inconsueto che sembra
ignorare qualsiasi legge anatomica. Vediamo così apparire su un volto di
profilo gli occhi visti di fronte, con la visione simultanea di essi su un solo
piano, oppure, come nella figura del bimbo, sorretto dalla madre, alla sinistra
del quadro, la testa appare ruotata sulle spalle in modo innaturale: il viso di
fronte su un corpo di profilo. Picasso, considerando sia le figure, sia gli
oggetti da tanti punti di vista,
senza, però, che nessuno abbia il predominio, vede tutto da sopra, da sotto,
dall’interno e dall’esterno. In tal
modo alle tre dimensioni del Rinascimento ne aggiunge una quarta: il tempo della
coscienza. L’artista rompe con la prospettiva rinascimentale ed annulla le
differenze tra i pieni ed i vuoti, nel senso che l’immagine si compone di una
serie di piani solidi che si intersecano secondo angolazioni diverse. Ogni
angolazione è il frutto di una visione parziale, per cui anche lo spazio si
satura di materia, annullando la
separazione tra un corpo ed un altro.
23
Anche in letteratura l’universo è limitato alla
prospettiva di un “io narrante”, di cui vengono registrati i conflitti, le
lacerazioni, le contaminazioni memoriali sullo stesso avvenimento e le
successive e contraddittorie valutazioni sull’evento. Di conseguenza alla nuova
visione del tempo è collegata la
mutata funzione del narratore: non c’è più il narratore-autore, omnisciente,
che, come un demiurgo, conosce e muove tutta la vicenda, inserendola in una
visione del mondo, ma viene adottata la soluzione del narratore interno, che è
anche protagonista e narra in prima persona.
24
Capitolo 5
IL TRAIT D’UNION FRA
FLUSSO DI COSCIENZA E SENTIMENTO DEL TEMPO
“…il
tempo non è quella cosa impensabile che non si arresta mai . Da me solo da me
ritorna…”
Zeno Cosini (alias Svevo?!)
“La Coscienza
di Zeno”
è l’autobiografia di un ricco commerciante triestino, che, giunto alla soglia
dei sessant’anni, si rivolge indietro a considerare la sua vita. Il romanzo è,
infatti, in prima persona e Zeno Cosini, il protagonista, è contemporaneamente
l’attore ed il narratore della storia che lo riguarda . Apprendiamo dalla
Prefazione, che apre il romanzo e che non appartiene a Zeno, ma ad un tale
dottor S., che la presunta autobiografia è, in realtà, un atto terapeutico,
essendo stata scritta come preludio ad una cura psicanalitica, su consiglio del
medico stesso. Ora viene pubblicata da costui “per vendetta”, per punire il
malato che si è “sottratto alla cura, truffandomi”, dice il medico,
“della mia lunga, paziente analisi di queste memorie”. Da un’analisi
strutturale del romanzo emerge subito che esso presenta distinti piani
temporali. Uno è quello dell’attualità del presente, l’ “adesso che
scrivo”, come dice Zeno, nel quale si svolgono contemporaneamente la redazione
delle memorie e la cura psicanalitica, che, incominciata nel 1914, viene
interrotta dalla Guerra del 1915 e giudicata retrospettivamente nel ‘16.
L’altro piano riguarda gli eventi rievocati che risalgono a venticinque anni
prima, dalla morte del padre alla morte del cognato Guido.
25
Durante
questo periodo avvengono fatti importanti: la condanna testamentaria di Zeno ad
una condizione di perpetua irresponsabilità sotto la
tutela dell’amministratore Olivi, il fidanzamento ed il matrimonio con
Augusta, la relazione extraconiugale con Carla, l’attività nella ditta del
cognato Guido, nonché il suicidio, involontario di quest’ultimo. Questi fatti
occupano i capitoli centrali del romanzo, dal 4° al 7°. Tutti i capitoli sono
sconnessi tra loro, in una trama frammentaria. Il fattore tempo
ha quindi nel romanzo una grande importanza ed a buon ragione, come dice
Ferroni, “La Coscienza di Zeno” è
“un’opera sul tempo, una sottile indagine sul rapporto tra tempo
della scrittura e della cura ed il tempo della vita, tra il flusso del presente,
in cui la coscienza interroga se stessa ed i propri ricordi ed il flusso
dell’esistenza trascorsa e perduta”.
Nel
romanzo il “sentimento del tempo” è quindi decisamente sconvolto perché
posto in relazione al flusso di coscienza del protagonista, al disordine, al
fluttuare caotico della sua psiche. Il tempo, conclude Zeno, “non è quella
cosa impensabile che non si arresta mai . Da me solo da me ritorna”. Il tempo
cui si riferisce Zeno è, per Benvenuti,
“quello che vive nella sua coscienza, dove il passato si confonde con
il presente, dove tutto ritorna sempre uguale e diverso rispetto a ciò che è
stato”.
Il
tempo, perciò, non è rappresentabile come una linea retta ma come una spirale
in cui, sulla falsariga della metafora del gomitolo di Bergson, di cui abbiamo
già parlato, i ricordi assumono diverse
forme e creano nuove realtà, che non è possibile identificare con quelle
originarie.
26
In
ultima analisi, alla luce di quanto sinora esposto, si può dire che la memoria
ripesca gli avvenimenti passati e li reintegra, muovendo dal presente, che, in
continua metamorfosi, si ricostruisce dal confronto con il passato: “il tempo
che passa getta ogni momento un reagente”, scrive Zeno, alla fine del
Preambolo. Joyce e Virginia Woolf, come Svevo, percepiscono la realtà in
correlazione con la coscienza individuale. Questi autori descrivono il flusso di
pensieri, impressioni ed impulsi che si trovano nella mente umana,
indipendentemente dalla volontà dei personaggi. Questo processo mentale è
chiamato “stream of consciousness”, ovvero “flusso di coscienza”. Questa
espressione venne utilizzata per la prima volta dal filosofo americano William
James nei suoi “Principi di
Psicologia” (1890). Dal punto di vista letterario il “monologo
interiore” è l’espressione verbale del fenomeno psichico denominato
“flusso di coscienza”. L’autore mediante questa tecnica “registra” il
flusso di pensieri del suo personaggio senza l’interferenza tradizionale del
narratore, vale a dire senza l’uso formale del discorso diretto od indiretto.
In accordo con il pensiero di Bergson, mediante
il monologo interiore, l’autore riproduce il fluire caotico di pensieri e
stati emotivi, creando una commistione fra passato, presente e futuro, senza
rispettare l’ordine cronologico. L’uso del monologo interiore, da un
lato permette al lettore di avere un’introspezione nella mente del
personaggio, evidenziando i suoi lati razionali ed irrazionali, e dall’altro
libera il romanzo dalla presenza del narratore, talvolta opprimente. Come gli
altri surrealisti, anche Dalì, qualche anno più tardi, cercò di far parlare
l’io sepolto e represso, portando alla luce il flusso della coscienza nascosta
e dando voce all’inconscio. Il flusso del tempo può essere colto infatti
anche ne “La Persistenza della
Memoria”. Su uno dei tanti paesaggi di Port Lligat, caratterizzato dagli
scogli aguzzi della Costa Brava sullo sfondo e da un ulivo secco e malinconico
in primo piano, Dalí immaginò tre orologi come oggetti inattesi, sottratti
alla realtà quotidiana. Questi orologi vengono deformati dallo sguardo
delirante di un sogno, creato dall’inconscio
27
dell’artista
e suggerito dalla presenza di un occhio dalle lunghe ciglia, che giace
addormentato. Sono raffigurati in
un contesto quanto mai estraneo ed insolito ad essi, secondo una teoria, che va
sotto il nome di “dèpaysage”, caratterizzata dall’assurdo accostamento di
oggetti assai diversi tra loro per tipologia e per temi: un orologio è sospeso
ad un albero, un altro è adagiato su un parallelepipedo, il terzo è avvolto a
spirale intorno ad una strana forma ed il quarto, l’unico non alterato, è
ricoperto di formiche. Dalì associa e
deforma liberamente gli orologi: i due dilatati ricordano che la durata di un
evento può essere dilatata nella memoria, secondo quanto sosteneva lo stesso
Bergson, il terzo orologio deformato è il simbolo del modo in cui la vita
distorce la forma geometrica e l’esattezza
matematica del tempo meccanico. Questi tre orologi deformati, sul punto
di sciogliersi al sole, rappresentano, perciò, l’aspetto psicologico del
tempo, il cui trascorrere, nella soggettiva percezione umana, assume una velocità
e una connotazione diversa, interna, che segue solo la logica dello stato
d’animo e del ricordo. L’unico orologio non deformato è ricoperto di
formiche, che sembrano divorarlo, quasi ad indicare l’annullamento di un tempo
cronologico e dello strumento razionale per eccellenza che ha sempre permesso di
misurare il tempo e di dividerlo in modo da piegarlo alle esigenze pratiche e
quotidiane. La deformazione delle immagini è un mezzo per mettere in dubbio le
facoltà razionali, che vedono gli oggetti sempre con una forma chiara e
definita. Deformando
l’orologio, che, sciolto al sole, si liquefa e si adatta alle superfici su cui
viene posto, Dalí invita l’osservatore a riconsiderare la dimensione del
tempo e della memoria, nella quale il prima e il dopo si contaminano mutuamente.
TUTTI NOI ABBIAMO DIRITTO A RENDERE PERSISTENTI
ALCUNI MOMENTI DELLA NOSTRA VITA E POSSIAMO
FARLO NELLA NOSTRA COSCIENZA GRAZIE ALLA MEMORIA,
PROLUNGANDO I MOMENTI FELICI E RESTRINGENDO I
MOMENTI NEGATIVI E QUESTA E’ LA NOSTRA VITTORIA
SULLA VITA ED E’ LA REALTA’, POICHE’ LA REALTA’
E’ DENTRO NOI STESSI.
EROS
TARDITI
INDICE
Prefazione
Capitolo 1 pagg.
6-7
EXCURSUS SUL CONCETTO DI TEMPO
Capitolo 2 pagg.
8-13
DAL CONCETTO DI DURATA ALL’INCONSISTENZA DEL PRESENTE
Capitolo 3 pagg.
14-16
IL PASSATO DENTRO IL PRESENTE
Capitolo 4 pagg.
17-23
IL RIFLESSO DELLE NUOVE TEORIE IN LETTERATURA ED IN ARTE
Capitolo 5 pagg. 24-27
IL TRAIT D’UNION FRA FLUSSO DI COSCIENZA E SENTIMENTO DEL TEMPO
ã
Il presente elaborato è coperto da diritto d’autore. Pertanto è vietata la
riproduzione parziale e totale a fini commerciali. I trasgressori saranno
perseguiti secondo le norme di legge vigenti.