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EROS TARDITI

 

 

 

 

VIVERE IL TEMPO

DELLA VITA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alla mia famiglia, che è da sempre

l’affetto più prezioso che ho

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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PREFAZIONE

 

 

Molti credono che il tempo si misuri con l’orologio. Ma non è così.

Questo saggio breve, pamphlet per coloro, e purtroppo oggi sono molti, che preferiscono “l’arido inglese” al melodico italiano, vuole essere testimonianza di questo inganno scientifico.

Sovente la scienza ha voluto dimostrare di avere le risposte a tutto e di poterle argomentare secondo il cosiddetto rigore scientifico in modo da poter assurgere a delle conclusioni incontrovertibili.

L’errore più grande è stato quello di voler avere la presunzione di descrivere e rappresentare le dimensioni della vita umana in toto con strumenti scientifici e pretendere che la realtà fosse quella regolata dal meccanicismo scientifico.

La scienza ha piegato il tempo alle proprie regole, al proprio mondo di leggi e formule, ma anche alle esigenze umane.

Tuttavia questa descrizione e segmentazione del tempo non rappresenta la realtà ma un mondo mentale condiviso dalla comunità per ragioni pratiche di convivenza, in quanto il tempo è un flusso continuo che non si può arrestare ed in particolare ogni istante può avere per ognuno di noi una durata ben diversa, soggettiva.

 Ma poi interviene l’orologio che annulla questo relativismo e ci riconduce all’oggettività: quell’istante dura un certo tempo, niente di più e niente di meno, ed è uguale per tutti.

Prima che tu prosegua nella lettura vorrei spiegarti le novità di questo libercolo: in primis non ho usato le note perché spesso, o meglio sempre, sono inutili, altrimenti non sarebbero note, ed appesantiscono la lettura annoiando noi poveri lettori che dobbiamo sorbirci lo sfoggio di “cultura” dell’autore.

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Inoltre all’inizio di ogni capitolo, per altro molto breve, ho scelto una o due frasi di alcune voci archetipiche per sintetizzare i temi che verranno trattati nel capitolo e permetterti così di scegliere più consapevolmente se leggere il capitolo o saltarlo a piè pari perché hai di meglio da fare o semplicemente perché non lo ritieni degno della tua attenzione.

Confesso che la decisione di riportare alcune frasi, un po’ aforismatiche, come presentazione di ogni capitolo è dettata anche dal fatto di voler ingolosire la tua curiosità e la tua attenzione su questi temi che io ritengo, e spero anche tu, molto coinvolgenti e classici, nel senso che toccano alcuni problemi aperti, come il rapporto con il tempo,  con cui l’uomo si è dovuto confrontare sin dalla sua comparsa sulla Terra.

Noterai anche un layout un po’ inconsueto, in cui vengono evidenziate alcune frasi rispetto alle altre, ponendole al centro, usando il grassetto e/o il corsivo, per agevolare una lettura più spedita e poi per sottolineare esplicitamente e maggiormente il messaggio che vorrei darti con questo scritto ed evitare, come spesso mi è accaduto da lettore, di non ricordare più niente di un libro alla fine della lettura.

 

 

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Capitolo 1

 

EXCURSUS SUL CONCETTO DI TEMPO

 

 

“…cos’è il tempo? Se nessuno m’interroga, lo so; se volessi spiegarlo a chi mi interroga, non lo so…”

Sant’Agostino

 

 

“Cos’è il tempo?”,  si chiedeva Sant’Agostino, “se nessuno m’interroga, lo so; se volessi spiegarlo a chi mi interroga, non lo so”. L’asserzione di Sant’Agostino dimostra come sia difficile spiegare questo concetto, nonostante esso sia così connaturato al nostro io e così familiare nei nostri discorsi. La questione fu ripresa nel periodo tra otto e novecento non solo per fare chiarezza laddove si era arenato Sant’Agostino, ma anche, e soprattutto, perché radicali mutamenti in campo tecnologico e socio-culturale imposero nuovi modi di percepire e di vivere il tempo. Infatti la centralizzazione dell’economia, la concentrazione della popolazione nelle città, la radiotelegrafia, il telefono e, last but not least, l’orario delle ferrovie resero necessario un sistema universale del tempo al fine di coordinare la vita nel mondo intero. Le tappe salienti di questo iter furono l’introduzione dell’ora ufficiale mondiale e la Conferenza Internazionale sul Tempo, svoltasi a Parigi nel 1912 per la necessità di conferire un’uniformità nei segnali orari da trasmettere nel mondo. Quando si parla di tempo tutti noi, istintivamente, pensiamo ad una categoria oggettiva, nel senso che esiste un solo tempo

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Si tratta del cosiddetto “tempo spazializzato” della scienza, rappresentabile come una serie di istanti che si susseguono ordinatamente e cronologicamente nella progressione passato-presente-futuro, in maniera simile a dei punti su una linea. Siamo di fronte ad una scomposizione indefinita del tempo in cui si possono rilevare delle contraddizioni: il tempo segmentato ed irrigidito contraddice il concetto stesso di tempo, che è movimento perpetuo e perciò tale scomposizione  offre un’immagine astratta ed irreale. Il tempo diacronico, di cui parlava la scienza, in primis i positivisti, non rappresentava la fotografia della realtà ma una mera costruzione dell’intelligenza. L’atto intellettivo postula, infatti, la spazialità prima ancora della temporalità, in quanto pensare in termini concettuali significa distinguere e non può esistere distinzione senza spazialità. Per la scienza gli istanti possono essere differenti solo quantitativamente, per converso noi ci accorgiamo che fra istante ed istante vi è una notevole differenza qualitativa. Per la scienza ogni momento è estraneo all’altro, mentre noi sperimentiamo, ad esempio nel pentimento, che vi è compenetrazione tra i diversi momenti. Per la meccanica, inoltre, ogni momento è reversibile, nel senso che si può sempre tornare indietro, ma la vita ci insegna che ogni giorno porta con sé delle proprie novità irripetibili. Infine nel considerare nuovamente questa antinomia fra “tempo della scienza” e tempo percepito-vissuto si può dire che ciò che è valido per i fenomeni fisici non può essere trasferito alla vita interiore dell’uomo. Di conseguenza la scienza non ha considerato il tempo della vita, dell’attesa, del desiderio e del ricordo, che viene percepito da ognuno di noi in maniera  personale, intimistica ed ogni volta in modo diverso, con pesi e misure che mutano perpetuamente. A questo punto del nostro discorso si impone la seguente domanda: qual è il tempo reale, ossia quello interiore-vissuto? Si può trovare una risposta a tale quesito nelle opere di Bergson.

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Capitolo 2

 

DAL CONCETTO DI DURATA ALL’INCONSISTENZA DEL PRESENTE

 

 

“…quando seguo con gli occhi sul quadrante di un orologio il movimento delle lancette…non misuro una durata, come pare si creda, mi limito a contare delle simultaneità, il che è molto diverso…”

Bergson

 

 

“…noi non percepiamo praticamente che il passato dal momento che il puro presente è l’inafferrabile progresso del passato che fa presa sul futuro…”

Bergson

 

 

La grande novità della speculazione del filosofo francese consiste nell’avere identificato il tempo vissuto con la “durata”, che, per sua natura, non è percepibile mediante l’intelligenza, ma attraverso la memoria e la coscienza. Egli nel “Saggio sui dati immediati della coscienza”, scrive: “quando seguo con gli occhi sul quadrante di un orologio il movimento delle lancette…non misuro una durata, come pare si creda, mi limito a contare delle simultaneità, il che è molto diverso”. Il tempo astronomico dell’orologio è, infatti, un insieme di posizioni delle lancette sul quadrante che al passare degli istanti prendono posizioni diverse.

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Ma tutto ciò è solo esteriorità, in quanto una successione degli istanti “esiste soltanto per uno spettatore cosciente che ricorda il passato e giustappone le due oscillazioni”. L’orologio rappresenta le convinzioni scientifiche e razionaliste, in quanto ha una funzione archetipica. E’ l’emblema della costanza, della precisione e dell’omologazione a cui inevitabilmente porta una concezione del tempo caratterizzata da una scansione regolare: per cui ogni secondo, ogni minuto, ogni ora è sempre uguale, ha lo stesso valore, lo stesso peso. Ciò che conta in questa visione è l’aspetto quantitativo e non quello qualitativo, che, invece, rappresenta la vera fotografia della nostra percezione del tempo. E’ evidente in questo esempio la critica di Bergson ai positivisti e a tutti coloro che armati con il ferreo determinismo della matematica e della fisica pensano di poter regolare e governare tutte le dimensioni della vita umana, anche il tempo. Il tempo della fisica  “si può rappresentare con una collana di perle separate e tutte uguali”, come asserisce Bergson in “Introduzione alla Metafisica”. Il tempo della vita, per converso,

 

“è come un gomitolo di filo o una valanga, che continuamente mutano e crescono su se medesimi”.

 

Con queste metafore Bergson ci suggerisce che il tempo della scienza ed il tempo vissuto sono diametralmente opposti, sono agli antipodi. Dal brano del “Saggio”, relativo all’esempio dell’orologio, si evincono alcune riflessioni. Mentre l’interpretazione del tempo fornitaci dalla scienza è una creazione astratta dell’uomo, una mera convenzione che ha ragion d’essere solo perché risponde ad esigenze pratiche, in quanto conferisce ordine e stabilità, la durata è il tempo concreto. Nel tempo astratto vi è distinzione fra presente, passato, futuro e la progressione è regolare e continua.

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Nella durata, invece, manca questa distinzione e la progressione è irregolare, cioè ammette salti, riduzioni e dilatazioni, così che un minuto può essere più lungo di un’ora o di un giorno o di un anno. Infatti “i fatti della coscienza” non sono riducibili ad un’astratta successione meccanica, perché “durano”, ossia vivono, crescono e muoiono. Sono possibili sia sospensioni sia ritorni nel passato in una visione del tutto soggettiva, in quanto il tempo della vita è il tempo reale che viene filtrato e rielaborato dalla nostra coscienza. Essa, quindi, è qualcosa di profondamente unitario e mobile nello stesso tempo: conserva gli input del mondo esterno perché questi “danno luogo a dei fatti di coscienza che si compenetrano e…legano il passato al presente…e al futuro”, come sostiene Bergson. Non esistono, perciò, due momenti identici, in quanto il successivo contiene sempre, in più del precedente, il ricordo che quest’ultimo ha lasciato di sè. Si ingenera, così, un insieme che è in continua evoluzione e la vita interiore è, quindi,  progresso e “slancio vitale”. Ne consegue che il concetto di durata è caratterizzato da quattro qualità peculiari: 1) è novità assoluta ad ogni istante, per cui c’è un continuo processo di creazione. 2) Conserva integralmente tutto il passato, o meglio, come dice Bergson stesso, sempre nel “Saggio”, la durata si manifesta “quando il nostro io si lascia vivere, quando si astiene dallo stabilire una separazione tra lo stato presente e quello anteriore ”. 3) E’ “una eterogeneità pura entro cui non vi sono qualità distinte”. 4) E’ fluire continuo, poiché ciascun stato della coscienza fluisce in stati successivi formando un tutto dinamico, un flusso continuo, un divenire senza sosta di istanti che si compenetrano mutuamente e, in antitesi con quanto diceva la scienza tradizionale, non sono separabili e non si susseguono. Pirandello riprende questo tema della filosofia di Bergson, secondo cui l’universo è in continuo divenire, soggetto ad un’evoluzione creatrice, per cui contemporaneamente resta se stesso e cambia.

 

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Ovviamente anche l’uomo è partecipe di questo moto continuo o flusso vitale, ma nello stesso tempo, secondo Pirandello, vorrebbe capirlo, schematizzarlo, riportarlo ad una legge per dominarlo e declinarlo alle proprie esigenze. Scrive, infatti, nella seconda parte del suo  trattato “L’umorismo”:

 

“la vita è un flusso continuo che noi cerchiamo di arrestare, di fissare in forme stabili e determinate, dentro e fuori di noi ”. “Le forme in cui cerchiamo d’arrestare, di fissare in noi questo flusso continuo, sono i concetti, sono gli ideali a cui vorremmo serbarci coerenti, tutte le finzioni che ci creiamo, le condizioni, lo stato in cui tendiamo stabilirci. Ma dentro noi stessi,…il flusso continua, indistinto, sotto gli argini, oltre i limiti che noi imponiamo” ed “il flusso della vita è in tutti”.

 

Da qui, quindi,  nasce il dramma: l’uomo tenta inutilmente di catturare il flusso in forme fisse e quindi inadeguate, ma più si sforza di produrre forme diverse più si aliena; quanto più si circonda di forme fittizie, tanto più si allontana dalla realtà.

Anche il tempo è una delle tante forme create dall’uomo per le sue esigenze di conferire un ordine alla realtà, sottraendola al “caos”, e tale forma è fallace, falsa ed inconsistente. Vera è, invece, la nozione di durata e tempo soggettivo, scandito cioè dalla coscienza di ogni singolo individuo. Ma la durata non conosce la distinzione passato-presente-futuro e non procede neppure linearmente a senso unico: ammette salti, accelerazioni e decelerazioni. Ogni individuo è, quindi, un mondo a sé stante, che può sfiorare gli altri, ma che non può essere comunicato, in quanto manca qualsiasi termine comune di riferimento. Non può esserci per Bergson né coscienza, né tempo interiore senza la memoria, di conseguenza “coscienza significa memoria”. Essa non è un ricordo: se quest’ultimo è solo una selezione inconsapevole tra le esperienze passate, di quella che ci è più utile per il momento contingente, la memoria, invece, è il risultato dell’intera storia dell’individuo. Scrive, infatti, Bergson, in “L’Evoluzione Creatrice”:

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“che siamo, che cos’è il nostro carattere se non la sintesi della storia che abbiamo vissuto fin dalla nascita?…Certamente noi pensiamo solo con una piccola parte del nostro passato, ma è con tutto il nostro passato…che noi desideriamo, vogliamo ed agiamo”.

 

 Questo concetto, elemento nodale della filosofia di Bergson, era già stato sviluppato nel “Saggio”, quando il filosofo afferma che le nostre azioni rispondono “all’insieme dei nostri sentimenti, dei nostri pensieri e delle nostre più intime aspirazioni, a quella particolare concezione della vita che è l’equivalente di tutta la nostra esperienza passata”. Attuando uno dei suoi consueti capovolgimenti delle opinioni correnti, Bergson afferma che il ruolo del passato nella vita cosciente è molto più attivo ed importante della vita cosciente stessa. Secondo l’opinione tradizionale esisterebbe soltanto ciò che si percepisce nel presente. Una volta esauritasi la percezione presente, la sua immagine, sino ad allora colorata si sbiadirebbe subito nel ricordo. Secondo Bergson, di contro,

 

“si potrebbe dire che non abbiamo presa sul futuro, senza un’uguale e corrispondente prospettiva sul passato”(da “Materia e Memoria”).

 

A questo punto Bergson non può non chiedersi che cosa sia il momento presente. La risposta si trova in “Materia e Memoria”: “la caratteristica del tempo è di scorrere, il tempo trascorso è il passato e chiamiamo presente l’istante in cui scorre.

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Ma qui non si tratta di un istante matematico…ciò che chiamo il mio presente sconfina contemporaneamente sul mio passato e sul mio futuro”. “Bisogna dunque…che sia una percezione dell’immediato passato ed una determinazione dell’immediato futuro”. Possiamo, perciò, concludere che il presente è un’astratta finzione e ciò troverebbe un riscontro sempre in “Materia e Memoria”:

 

“niente è meno del momento presente, se in tal modo intendete questo limite indivisibile che separa il passato dal futuro. Quando pensiamo questo presente come dovente essere non è ancora e quando lo pensiamo come esistente è già passato”.

 

In questo contesto il termine “indivisibile”, riferito al presente, può essere interpretato in maniera duplice ed ambivalente: come una determinazione del fluire del tempo che è perpetuo e quindi non scomponibile o come momento talmente piccolo da essere inconsistente e poter affermare, perciò, che “niente è meno del momento presente”, poiché quando lo percepiamo è già passato. Di conseguenza, prosegue Bergson,

 

“noi non percepiamo praticamente che il passato dal momento che il puro presente è l’inafferrabile progresso del passato che fa presa sul futuro”.

 

 

 

 

 

 

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Capitolo 3

 

IL PASSATO DENTRO IL PRESENTE

 

 

“…nella mia ricerca delle situazioni patogene…in cui i sintomi ebbero origine, fui condotto sempre più indietro nella vita del paziente e finii col pervenire ai primi cinque anni della sua infanzia…”, in quanto “…lasciavano tracce inestirpabili…”

Freud

 

 

Questa valorizzazione del passato in rapporto al presente da parte di Bergson si inquadra nel clima culturale del periodo in questione, ovvero il lasso di tempo che intercorre dalla seconda metà dell’ ottocento alla prima metà del novecento. Più di quanto fosse accaduto in precedenza vi era una propensione in favore del passato, sia da parte di coloro che sostenevano che il passato avesse un effetto positivo, in quanto fonte di libertà e di identità, che da parte di coloro che lo esaminavano criticamente come giustificazione dell’inattività propria del periodo. A portare il passato dentro il presente furono anche due invenzioni che cambiarono il modo in cui gli uomini esperivano il loro passato personale e collettivo: il fonografo, inventato da Edison nel 1887, e la macchina fotografica. Nell’ “Ulisse” Joyce riflette sull’uso del fonografo “che rendeva possibile all’uomo parlare in avanti nel tempo a chi ascolta all’indietro”. Non a caso proprio in questo periodo si moltiplicavano gli studi sulla memoria, sul ruolo dell’infanzia e del passato: da qui nasce la psicoanalisi.

 

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Freud cercava di attingere al passato per capire la nevrosi dei suoi pazienti. “Nella mia ricerca delle situazioni patogene…in cui i sintomi ebbero origine, fui condotto sempre più indietro nella vita del paziente e finii col pervenire ai primi cinque anni della sua infanzia”, in quanto “lasciavano tracce inestirpabili”, che avrebbero costituito, successivamente, il materiale di costruzione della personalità del soggetto in esame. Come osserva lo storico Kern, Freud recò diversi contributi al pensiero sull’incidenza del passato.

 

“Egli sostenne che il passato più lontano, quello della nostra prima infanzia, è il più importante; che i ricordi più importanti sono regressi e non semplicemente dimenticati; che tutti i sogni e le nevrosi hanno la loro origine  nell‘infanzia e che tutte le esperienze lasciano qualche traccia durevole nella memoria”.

 

La più provocatoria, forse, fu l’idea che

 

“tutte le impressioni sono conservate, non solo nella stessa forma in cui vennero recepite la prima volta, ma anche in tutte le forme che hanno assunto nei loro sviluppi futuri”.

 

Bisogna però notare che, a differenza di Bergson, Freud non identifica la psiche con la sola coscienza, in quanto una parte della vita psichica si svolge nella sfera dell’inconscio. Oltre ai concetti di cui siamo coscienti vi sono, infatti, per Freud altri “concetti latenti”, inconsci, che trovano la loro genesi in eventi od in situazioni della vita passata  e rimangono tali perché la coscienza esprime repulsione nei loro confronti. Sono i cosiddetti “lapsus freudiani”, di cui Freud tratta ampiamente nel libro “Psicopatologia della Vita Quotidiana”. Anche ne “La Coscienza di Zeno” di Svevo si

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riscontrano taluni influssi ed echi della teoria psicoanalitica. Per esempio, in occasione del funerale di Guido Speier, il protagonista Zeno, pur intenzionato a partecipare alla cerimonia, sbaglia corteo funebre. In questa circostanza si intravede galleggiare ancora fra le righe l’inconscio, in cui sopravvive sul piano irrazionale il passato di Zeno, che mostra i suoi veri sentimenti di rifiuto nei confronti del rivale Guido. Per Freud, quindi, la coscienza è, sovente, una “razionalizzazione” e un “mascheramento” di motivi profondi. Egli ricondusse questi motivi alle primitive pulsioni della vita infantile, ai suoi bisogni primari, sostanzialmente egoistici. Questi bisogni si scontrano con le regole educativo-sociali del mondo adulto ed il loro carattere più apertamente egoistico viene rimosso e trasformato dalla coscienza. Tuttavia dal luogo inconscio della sua rimozione il rimosso continua ad esercitare un condizionamento inavvertito sul soggetto cosciente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Capitolo 4

 

IL RIFLESSO DELLE NUOVE TEORIE IN LETTERATURA ED IN ARTE

 

 

“…non solo siamo la somma dei singoli momenti della nostra vita, ma il prodotto dei nuovi aspetti che essi acquistano ad ogni nuovo momento. Non diventiamo più poveri per il tempo passato e perduto; solo esso anzi dà sostanza alla nostra vita…”

Hauser

 

 

La rivalutazione del passato da parte di Freud e, soprattutto, la concezione del tempo come durata di Bergson hanno influito moltissimo sulla letteratura e nelle arti figurative. La nuova concezione del  tempo influisce infatti sul cubismo, che, rappresentando contemporaneamente momenti diversi di una medesima scena, introduce per la prima volta in arte la variabile temporale. Non a caso Leon Werth, nel 1910,  scrisse che le forme cubiste di Picasso mostrano le “sensazioni e le riflessioni che sperimentiamo con il passare del tempo”. Nello stesso anno il pittore cubista Jean Metzinger affermò che nei dipinti di Braque “l’immagine totale si irradia nel tempo”.

Per il cubismo è inutile riprodurre la realtà come la vediamo, perché non è in quella forma che la conosciamo poiché la nostra coscienza rielabora l’immagine visiva dell’oggetto che conosciamo, quindi ciò che vediamo è solo un dato di partenza che verrà trasformato, più volte nel  tempo, dalla nostra coscienza.

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“Guernica” , per esempio, non ha tanto la finalità di descrivere un fatto storico, ossia il bombardamento della città basca Guernica da parte di aerei tedeschi, che appoggiavano le truppe del generale Franco contro il governo legittimo repubblicano di Spagna, quanto l’effetto che tali avvenimenti hanno prodotto sulla coscienza di Picasso. 

Analogamente nel romanzo il tempo è sottoposto ad un trattamento nuovo, fondato sulle rifrazioni che esso ha nella coscienza del protagonista-narratore. Vi è, infatti, la disarticolazione di un ordine cronologico, di un “prima” e di un “poi”, nel senso che il narratore contamina presente e passato, legge e sente il presente, filtrandolo attraverso il passato. A causa della nuova concezione del tempo, elaborata dal filosofo francese, l’ordinata successione cronologico-causale, generalmente rispettata nel romanzo ottocentesco, va in frantumi e vi è un continuo passaggio fra presente e passato. Da qui l’introduzione dell’uso frequente del flash-back, che mette sullo stesso livello il “tunc” ed il “nunc”, con transizioni rapide ed ingiustificate, se non a livello di associazioni alogiche ed in particolare di analogie psichiche.

Ecco perché ne “La Coscienza di Zeno” di Svevo,  per esempio, troviamo uno sconvolgimento delle sequenze narrative, con prolessi ed analessi: nel capitolo relativo alla morte del padre si trovano già annunciati elementi che riguardano il matrimonio. Inoltre nel capitolo in cui Zeno è arrivato a sposarsi ci sono riferimenti al suo adulterio, che, a loro volta, sono recuperati ed interpretati come posteriori nel capitolo dedicato all’associazione commerciale con Guido. Sempre nello stesso capitolo del matrimonio la digressione sulla morte del suocero è inserita nel contesto come un’anticipazione. Inoltre l’accenno al violino che  Zeno portava talvolta in casa Malfenti è sempre risultato della tecnica dell’anticipazione, adottata da Svevo per preparare il lettore ad una scena futura, che avrà luogo quando apparirà un nuovo personaggio, Guido.

 

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Il tempo, pertanto, non ha uno svolgimento diacronico, ma si dilata, si restringe, si sovrappone a se stesso, si annulla, proprio secondo i ritmi della coscienza. Ecco quindi che un episodio banale si amplia ed un evento importante, come la morte, l’amore e l’amicizia, si esaurisce in poche righe. Inoltre eventi di epoche diverse o contemporanee sono narrati all’interno di un “tempo misto”, connotato dall’uso alterno del passato e dell’imperfetto, che sono risolti poi nel condizionale, carico com’è di una valenza introspettiva altrimenti irrealizzabile. Quindi il lettore non può più contare su quel “filo di Arianna” che gli veniva fornito dal narratore ottocentesco, che spiegava l’agire dei personaggi ed esplicitava il trait d’union fra le varie vicende. Adesso, di contro, il vicino viene allontanato ed il lontano avvicinato, l’importante trascurato ed il banale valorizzato. Nel romanzo del ‘900 si ha, perciò, un continuo spostarsi alla rinfusa nel tempo, che, come si è visto, diviene una dimensione puramente legata al soggetto, proprio come nella filosofia di Bergson. Cosi’ si alterano anche i rapporti tra la durata oggettiva degli eventi e la durata della narrazione: un evento piccolissimo, filtrato attraverso tutto ciò che passa nella coscienza degli individui in ogni istante, è in grado di dare vita a ricordi e ad assembramenti di idee che possono protrarsi per svariate pagine. Così Svevo, nel 4° e 5° capitolo de “La Coscienza di Zeno”, accelera e decelera i fatti, secondo il valore qualitativo che la sua coscienza attribuisce loro. Analogamente ne “Il Fu Mattia Pascal” di Pirandello le rr. 1-33  del III capitolo (che riassumono tutti gli anni della giovinezza e della breve maturità del padre di Mattia) o le rr. 250-251 (che con ogni probabilità  ricoprono addirittura alcuni anni),  in proporzione  hanno una durata  ben diversa rispetto alle rr. 89-102, dedicate alle dichiarazioni di zia Scolastica riguardo al suo mancato matrimonio. In questo passo la voce del narratore scivola, senza che il lettore venga avvertito, nel discorso

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indiretto della zia, che poi diventa discorso diretto e trova anche degli interlocutori, dando luogo ad una sorta di teatrino nascosto, che si interrompe solo con il ritorno delle considerazioni del narratore. E’ chiaro che dalla durata della narrazione dipende in misura notevole la velocità del racconto. Basta infatti che il narratore aggiunga un suo commento o semplicemente non riporti una battuta di un personaggio, perché, rispettivamente, il discorso sia più lungo o più corto della storia rappresentata. Ne “Il Fu Mattia Pascal” l’ordine narrativo dei fatti non coincide con l’ordine con cui essi si sono verificati: vi sono spostamenti all’indietro, ossia analessi e retrospezioni, e spostamenti in avanti, ovvero prolessi e anticipazioni. Tutto il romanzo appare costruito come una lunghissima analessi, a partire dal presente, dal momento in cui Mattia scrive e da questo piano cronologico il soggetto narrante parla e ad esso sovente ritorna. “Il fu Mattia Pascal” comincia en arrière, a vicenda conclusa e con questo artificio lo scrittore vuole sottolineare la distanza che separa il tempo dell’annunciazione dal tempo della storia. In questa prospettiva, quindi, il leitmotiv del tempo, visto come principio di logoramento e di dissoluzione, perde importanza, perché noi, come afferma giustamente Hauser, “non solo siamo la somma dei singoli momenti della nostra vita, ma il prodotto dei nuovi aspetti che essi acquistano ad ogni nuovo momento”. “Non diventiamo più poveri per il tempo passato e perduto; solo esso anzi dà sostanza alla nostra vita”. Di conseguenza la rappresentazione dell’interiorità del personaggio è, ora, contaminazione di piani cronologici, magma memoriale perennemente mutevole, da scandagliare con le tecniche più diverse, in parte già sperimentate prima (il discorso indiretto libero) ed in parte nuove (il monologo interiore). Anche l’impressionismo si era opposto alla meccanica riproduzione della realtà, ma solo  il cubismo ne ha cercato il significato, filtrandolo attraverso la propria interiorità, in quanto compreso ed interiorizzato dalla coscienza.

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Il cubismo infatti vuole rendere la nostra conoscenza della realtà, non limitata all’aspetto di essa che appare al nostro occhio da un qualsiasi punto di vista, ma abbracciata totalmente. Quando vediamo un oggetto davanti a noi e lo percepiamo nelle tre dimensioni dell’ottica naturale, deformandone conseguentemente le proporzioni, sappiamo quali ne siano le misure reali, come sia fatto nei lati che sfuggono alla vista, perché la nostra conoscenza è costituita da precedenti esperienze, che, elaborate dalla ragione e memorizzate, ci permettono di capirlo e di riconoscerlo. Ora si  capisce  la frase di Zeno:

 

“il tempo che passa getta ogni momento un reagente”.

 

La parola “reagente” deve essere letta nell’accezione più scientifica del termine, ossia come input di una trasformazione o reazione chimica, a seguito della quale il prodotto ingenerato è frutto dell’osmosi dei reagenti che non possono più essere recuperati integralmente nella loro forma originaria. Per restituire agli occhi e alla ragione l’essenza della realtà, il cubismo la scompone nelle sue innumerevoli facce e la ricompone accostando le une alle altre sulla superficie della tela. In questo modo, con un’apparente bidimensionalità, noi apprezzeremo globalmente la realtà, vedendola contemporaneamente da ogni lato possibile. Di conseguenza con il cubismo la rappresentazione tiene conto non solo di ciò che si vede in un solo istante, ma di tutta la percezione e della conoscenza che l’artista ha del soggetto che rappresenta. Se il pittore cubista immagina di far ruotare fra le mani l’oggetto da rappresentare o se si tratta di una persona, di girarle addirittura intorno, non coglie un solo aspetto, necessariamente limitato, ma ne percepisce diversi in successione e quindi si muove nel tempo. In questo modo Metzinger pensava che la molteplice prospettiva dei cubisti comprendesse la dimensione temporale:

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“un tempo un quadro prendeva possesso dello spazio, adesso regna anche nel tempo”.

 

Per restituire agli occhi e alla ragione la realtà nella sua essenza, gli artisti cubisti la scompongono nelle sue innumerevoli facce e poi  la ricompongono accostandole sulla tela. Come già accennato, nella bidimensionalità della tela  vediamo la realtà globalmente, come accade nella nostra coscienza, osservandola da tutti i lati possibili. Ad esempio nel “Ritratto di Ambroise Vollard” di Picasso c’è una confluenza in una sola immagine di una pluralità di momenti della percezione, che corrisponde ad altrettanti punti di vista, al fine di ottenere una visione complessiva. La visione totale dell’oggetto non ci dà solo i vari aspetti del suo volume nello spazio, ma, poiché è frutto della nostra conoscenza attraverso la memoria, anche, e soprattutto, quello della “durata”, ossia della permanenza di esso in sintesi nella nostra coscienza. Anche in “Guernica” le singole figure sono costruite secondo il criterio della visione simultanea da più lati e si presentano con un aspetto decisamente inconsueto che sembra ignorare qualsiasi legge anatomica.

saggio breve tempo, Mattia Pascal, Guernica, Picasso
  da tanti punti di vista, senza, però, che nessuno abbia il predominio, vede tutto da sopra, da sotto, dall’interno e dall’esterno. In tal modo alle tre dimensioni del Rinascimento ne aggiunge una quarta: il tempo della coscienza. L’artista rompe con la prospettiva rinascimentale ed annulla le differenze tra i pieni ed i vuoti, nel senso che l’immagine si compone di una serie di piani solidi che si intersecano secondo angolazioni diverse. Ogni angolazione è il frutto di una visione parziale, per cui anche lo spazio si satura  di materia, annullando la separazione tra un corpo ed un altro.

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Anche in letteratura l’universo è limitato alla prospettiva di un “io narrante”, di cui vengono registrati i conflitti, le lacerazioni, le contaminazioni memoriali sullo stesso avvenimento e le successive e contraddittorie valutazioni sull’evento. Di  conseguenza alla nuova visione del tempo è collegata  la mutata funzione del narratore: non c’è più il narratore-autore, omnisciente, che, come un demiurgo, conosce e muove tutta la vicenda, inserendola in una visione del mondo, ma viene adottata la soluzione del narratore interno, che è anche protagonista e narra in prima persona.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Capitolo 5

 

 IL TRAIT D’UNION FRA FLUSSO DI COSCIENZA E SENTIMENTO DEL TEMPO

 

 

“…il tempo non è quella cosa impensabile che non si arresta mai . Da me solo da me ritorna…”

Zeno Cosini (alias Svevo?!)

 

 

“La Coscienza di Zeno” è l’autobiografia di un ricco commerciante triestino, che, giunto alla soglia dei sessant’anni, si rivolge indietro a considerare la sua vita. Il romanzo è, infatti, in prima persona e Zeno Cosini, il protagonista, è contemporaneamente l’attore ed il narratore della storia che lo riguarda . Apprendiamo dalla Prefazione, che apre il romanzo e che non appartiene a Zeno, ma ad un tale dottor S., che la presunta autobiografia è, in realtà, un atto terapeutico, essendo stata scritta come preludio ad una cura psicanalitica, su consiglio del medico stesso. Ora viene pubblicata da costui “per vendetta”, per punire il malato che si è “sottratto alla cura, truffandomi”, dice il medico, “della mia lunga, paziente analisi di queste memorie”. Da un’analisi strutturale del romanzo emerge subito che esso presenta distinti piani temporali. Uno è quello dell’attualità del presente, l’ “adesso che scrivo”, come dice Zeno, nel quale si svolgono contemporaneamente la redazione delle memorie e la cura psicanalitica, che, incominciata nel 1914, viene interrotta dalla Guerra del 1915 e giudicata retrospettivamente nel ‘16. L’altro piano riguarda gli eventi rievocati che risalgono a venticinque anni prima, dalla morte del padre alla morte del cognato Guido.

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Durante questo periodo avvengono fatti importanti: la condanna testamentaria di Zeno ad una condizione di perpetua irresponsabilità sotto la  tutela dell’amministratore Olivi, il fidanzamento ed il matrimonio con Augusta, la relazione extraconiugale con Carla, l’attività nella ditta del cognato Guido, nonché il suicidio, involontario di quest’ultimo. Questi fatti occupano i capitoli centrali del romanzo, dal 4° al 7°. Tutti i capitoli sono sconnessi tra loro, in una trama frammentaria. Il fattore tempo  ha quindi nel romanzo una grande importanza ed a buon ragione, come dice Ferroni, “La Coscienza di Zeno” è

 

“un’opera sul tempo, una sottile indagine sul rapporto tra tempo della scrittura e della cura ed il tempo della vita, tra il flusso del presente, in cui la coscienza interroga se stessa ed i propri ricordi ed il flusso dell’esistenza trascorsa e perduta”.

 

Nel romanzo il “sentimento del tempo” è quindi decisamente sconvolto perché posto in relazione al flusso di coscienza del protagonista, al disordine, al fluttuare caotico della sua psiche. Il tempo, conclude Zeno, “non è quella cosa impensabile che non si arresta mai . Da me solo da me ritorna”. Il tempo cui si riferisce Zeno è, per Benvenuti,

 

“quello che vive nella sua coscienza, dove il passato si confonde con il presente, dove tutto ritorna sempre uguale e diverso rispetto a ciò che è stato”.

 

Il tempo, perciò, non è rappresentabile come una linea retta ma come una spirale in cui, sulla falsariga della metafora del gomitolo di Bergson, di cui abbiamo già parlato, i ricordi assumono  diverse forme e creano nuove realtà, che non è possibile identificare con quelle originarie.

 

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In ultima analisi, alla luce di quanto sinora esposto, si può dire che la memoria ripesca gli avvenimenti passati e li reintegra, muovendo dal presente, che, in continua metamorfosi, si ricostruisce dal confronto con il passato: “il tempo che passa getta ogni momento un reagente”, scrive Zeno, alla fine del Preambolo. Joyce e Virginia Woolf, come Svevo, percepiscono la realtà in correlazione con la coscienza individuale. Questi autori descrivono il flusso di pensieri, impressioni ed impulsi che si trovano nella mente umana, indipendentemente dalla volontà dei personaggi. Questo processo mentale è chiamato “stream of consciousness”, ovvero “flusso di coscienza”. Questa espressione venne utilizzata per la prima volta dal filosofo americano William James nei suoi “Principi di Psicologia” (1890). Dal punto di vista letterario il “monologo interiore” è l’espressione verbale del fenomeno psichico denominato “flusso di coscienza”. L’autore mediante questa tecnica “registra” il flusso di pensieri del suo personaggio senza l’interferenza tradizionale del narratore, vale a dire senza l’uso formale del discorso diretto od indiretto. In accordo con il pensiero di Bergson, mediante il monologo interiore, l’autore riproduce il fluire caotico di pensieri e stati emotivi, creando una commistione fra passato, presente e futuro, senza rispettare l’ordine cronologico. L’uso del monologo interiore, da un lato permette al lettore di avere un’introspezione nella mente del personaggio, evidenziando i suoi lati razionali ed irrazionali, e dall’altro libera il romanzo dalla presenza del narratore, talvolta opprimente. Come gli altri surrealisti, anche Dalì, qualche anno più tardi, cercò di far parlare l’io sepolto e represso, portando alla luce il flusso della coscienza nascosta e dando voce all’inconscio. Il flusso del tempo può essere colto infatti anche ne “La Persistenza della Memoria”. Su uno dei tanti paesaggi di Port Lligat, caratterizzato dagli scogli aguzzi della Costa Brava sullo sfondo e da un ulivo secco e malinconico in primo piano, Dalí immaginò tre orologi come oggetti inattesi, sottratti alla realtà quotidiana. Questi orologi vengono deformati dallo sguardo delirante di un sogno, creato dall’inconscio

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dell’artista e suggerito dalla presenza di un occhio dalle lunghe ciglia, che giace addormentato. Sono raffigurati  in un contesto quanto mai estraneo ed insolito ad essi, secondo una teoria, che va sotto il nome di “dèpaysage”, caratterizzata dall’assurdo accostamento di oggetti assai diversi tra loro per tipologia e per temi: un orologio è sospeso ad un albero, un altro è adagiato su un parallelepipedo, il terzo è avvolto a spirale intorno ad una strana forma ed il quarto, l’unico non alterato, è ricoperto di formiche. Dalì associa  e deforma liberamente gli orologi: i due dilatati ricordano che la durata di un evento può essere dilatata nella memoria, secondo quanto sosteneva lo stesso Bergson, il terzo orologio deformato è il simbolo del modo in cui la vita distorce la forma geometrica e l’esattezza  matematica del tempo meccanico. Questi tre orologi deformati, sul punto di sciogliersi al sole, rappresentano, perciò, l’aspetto psicologico del tempo, il cui trascorrere, nella soggettiva percezione umana, assume una velocità e una connotazione diversa, interna, che segue solo la logica dello stato d’animo e del ricordo. L’unico orologio non deformato è ricoperto di formiche, che sembrano divorarlo, quasi ad indicare l’annullamento di un tempo cronologico e dello strumento razionale per eccellenza che ha sempre permesso di misurare il tempo e di dividerlo in modo da piegarlo alle esigenze pratiche e quotidiane. La deformazione delle immagini è un mezzo per mettere in dubbio le facoltà razionali, che vedono gli oggetti sempre con una forma chiara e definita. Deformando l’orologio, che, sciolto al sole, si liquefa e si adatta alle superfici su cui viene posto, Dalí invita l’osservatore a riconsiderare la dimensione del tempo e della memoria, nella quale il prima e il dopo si contaminano mutuamente.

 

 

                               

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

TUTTI NOI ABBIAMO DIRITTO A RENDERE PERSISTENTI

ALCUNI MOMENTI DELLA NOSTRA VITA E POSSIAMO

FARLO NELLA NOSTRA COSCIENZA GRAZIE ALLA MEMORIA,

PROLUNGANDO I MOMENTI FELICI E RESTRINGENDO I

MOMENTI NEGATIVI E QUESTA E’ LA NOSTRA VITTORIA

SULLA VITA ED E’ LA REALTA’, POICHE’ LA REALTA’

E’ DENTRO NOI STESSI.

 

EROS TARDITI

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

INDICE

 

 

 

Prefazione

 

Capitolo 1 pagg. 6-7

EXCURSUS SUL CONCETTO DI TEMPO

Capitolo 2 pagg. 8-13

DAL CONCETTO DI DURATA ALL’INCONSISTENZA DEL PRESENTE         

Capitolo 3 pagg. 14-16

IL PASSATO DENTRO IL PRESENTE                                                                         

Capitolo 4 pagg. 17-23                                                                                                                          

IL RIFLESSO DELLE NUOVE TEORIE IN LETTERATURA ED IN ARTE

 Capitolo 5 pagg. 24-27

IL TRAIT D’UNION FRA FLUSSO DI COSCIENZA E SENTIMENTO DEL TEMPO

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Eros Tarditi

27.12.2005





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