Crea sito

Rapporto tra il vero e l’inventato in Manzoni.
Per Manzoni il poeta non crea ex novo, ma trova qualcosa di già esistente




manzoni, promessi sposi, lettere a Monsieur Chauvet


Uno dei problemi che Manzoni si trovò ad affrontare fu il rapporto tra il vero della realtà e l’invenzione del poeta.
Era una questione fondamentale se pensiamo che egli partì dal presupposto che la poesia deve porsi per oggetto il vero, in quanto è “ l'unica sorgente d'un diletto nobile e durevole; giacché il falso può bensì trastullar la mente, ma non arricchirla, né elevarla; e questo trastullo medesimo è, di sua natura instabile e temporario, potendo essere, come è desiderabile che sia, distrutto, anzi cambiato in fastidio, o da una cognizione sopravvegnente del vero, o da un amore cresciuto del vero medesimo.”( Lettera sul romanticismo a Cesare D'Azeglio).
Il vero è così importante per Manzoni da diventare addirittura “sacro” nel carme “ In morte di Carlo Imbonati” :
“non far tregua coi vili: il santo Vero
mai non tradir: né proferir mai verbo,
che plauda al vizio, o la virtù derida.”
Solo se ha come oggetto il vero, la poesia può assolvere al compito di avere come fine l’utile ed il mezzo per raggiungerlo deve essere l’interessante, che deriva “dalle memorie e dalle impressioni giornaliere della vita” ( Lettera sul romanticismo a Cesare D'Azeglio). La poesia, proprio per la sua utilità non deve essere rivolta solo alle “persone più dotte”, ma anche al “ maggior numero di lettori ( che) abbia una disposizione di curiosità e d'interessamento”.
Però Manzoni doveva riconoscere che il poeta inventa, nel senso che crea, per cui la sua arte non ha come oggetto il vero, ma il verosimile. Una prima soluzione a questa inconciliabilità, sia pure scarsamente convincente, è abbozzata nelle lettere a Monsieur Chauvet nel rapporto tra storia e poesia, nel senso che lo storico offre i fatti storici, in base a ciò che é realmente accaduto ed il poeta crea attraverso l’arte tutti i sentimenti, i pensieri, i discorsi dei protagonisti di quei fatti.
Ben presto però Manzoni si rese conto della contraddizione, in quanto il poeta, creando, non rappresenta la realtà vera. Anche in Adelchi percepiva quella falsità che contraddiceva il concetto che egli aveva della poesia.
Il problema si ripresentò quindi in tutta la sua complessità a proposito dei Promessi Sposi, dove l’invenzione del poeta nel creare i personaggi toglieva al lavoro la legittimità di romanzo storico, inteso come espressione del vero, di ciò che è realmente accaduto.
Alla soluzione Manzoni arrivò solo con il dialogo Dell’Invenzione. Se il poeta differisce dallo storico in quanto egli “deve inventare”, allora l’attenzione deve essere rivolta alle parole “inventare”ed “invenzione”, sul cui significato è necessario un approfondimento. In quanto sono“ parole derivate”, si capisce il loro vero valore “ guardando quelle da cui (sono) derivate… Inventore è un derivato da Inventum, o un frequentativo d'Invenire. Ecco… l'artista trova …”.(Dialogo Dell’Invenzione).
Allora inventare non significa creare ex novo, ma “trovare”. Si deve presupporre perciò l’esistenza di qualcosa che viene trovata, è “ sottinteso necessariamente, che l'oggetto era, prima che lui (il poeta) ci facesse sopra la sua operazione” ed “…il frutto dell'invenzione è un'idea, o un complesso d'idee; e l'idee non si fanno, ma sono, e sono in un modo loro.”
Poiché “l'idea non può essere se non in una mente; e che, quanto è assurdo il dire che il pensato sia niente, altrettanto assurdo e contradittorio in terminis, sarebbe il dire che il pensato sia da sè, senza un pensante” , è importante stabilire in quale mente fosse l'idea prima di venire in mente a qualcuno di noi. Ma poiché noi siamo ora e una volta non eravamo “e potevamo non esser mai, bisogna risalire a Quello che era, che è, che sarà, in principio, nunc et semper” . Di conseguenza “un'idea qualunque, prima di venire in mente a un uomo qualunque, era ab eterno in mente di Dio.” (Dialogo Dell’Invenzione).
Nella misura in cui il poeta trova qualcosa già preesistente, in quanto nella mente di Dio, allora non offre immagini verosimili, ma rappresenta il vero. In questo modo perciò il romanzo storico non è l’unione di storia, cioè di vero, e di invenzione, cioè di falso, ma di vero storico e di vero poetico, che non sono altro che due espressioni della verità.






Argomenti correlati

Il flusso di coscienza e la percezione del tempo. Joyce, Svevo, la persistenza della memoria di Dalì

Il concetto di tempo in arte e letteraura. Le opere di Pirandello e Svevo

In che termini si può parlare di pessimismo in Verga?

Rapporto tra il vero e l’inventato in Manzoni

Individuum e sexus in Leopardi

La noia in Leopardi

Il passero solitario di Leopardi

Leopardi Il Sabato del villaggio. Testo e commento

La quiete dopo la tempesta: ottimismo e pessimismo in Leopardi

A Zacinto di Ugo Foscolo: testo, analisi e commento

Il sonetto Alla sera di Ugo Foscolo. Testo ed analisi del primo dei Sonetti

home