Un paziente deve o no essere informato sulle terapie disponibili per la sua patologia anche se alcune sono ancora in sperimentazione o non sono ancora state approvate, pur essendoci dati sufficienti, oppure perché erogate dal sistema sanitario nazionale solo ad alcuni gruppi di pazienti? Le diverse posizioni emergono dagli interventi di due medici dell'Addenbrooke’s Hospital di Cambridge, Robert Marcus e John Firth, pubblicati dalla rivista British Medical Journal , che sull’argomento danno pareri opposti.
Mi sembra assurdo porsi questo quesito, dal momento che la reticenza del medico nei confronti dei propri pazienti non ha mai delle attenuanti, ma lede il diritto sacrosanto di ogni individuo ad essere informato per poter agire nel proprio interesse in piena libertà. L’unico caso in cui è opportuno cercare una appropriata modalità di comunicazione, prima di fornire al paziente le informazioni dovute, è quando si tratta di dare una notizia estremamente negativa sulle sue condizioni di salute.
Sul piano della prassi medica infatti l’operatore sanitario non solo deve ai suoi pazienti la più completa lealtà, ma deve anche rivolgersi ad un collega che disponga delle competenze necessarie, qualora un trattamento o un caso superi le sue capacità. Il rapporto dialogico con il paziente costituisce l'elemento centrale nell'opera medica, sia per l’esigenza di trasparenza e di utilità del coinvolgimento del paziente, per attuare una condivisione di scelte ed obiettivi terapeutici, sia per la responsabilità individuale. Quest’ultima è imprescindibile dalla libertà del singolo, che nel caso specifico si esplica nella possibilità da parte del paziente di decidere tra diverse opportunità di azione a tutela della propria salute. E’ vero che tale capacità di decidere non è del tutto svincolata da influssi esterni, di natura economica per esempio od altro, tuttavia c’é sempre un margine tra i condizionamenti esterni e la propria scelta che fa dell’individuo un soggetto, che si definisce tale perché dotato di libero arbitrio e che per questo è responsabile della sua scelta.
A che titolo invece un medico può arrogarsi il diritto di assumersi delle responsabilità per scelte che non gli competono né sul piano morale, né su quello giuridico, privando altri di esercitare il proprio diritto alla libertà?
Proprio assurde scuse, come l’incapacità da parte del paziente di comprensione in materia medica, hanno favorito nel tempo atteggiamenti ingiustificati di prevaricazione e di prepotenza che hanno portato al silenzio, per non parlare dell’indifferenza, nei confronti dei pazienti, senza ricercarne invece il coinvolgimento e, quando necessario, il reale consenso informato, come prevede la legge. Tale atto invece oggi il più delle volte si esplica soltanto nell’apporre una firma da parte del paziente, richiesta frettolosamente dal personale preposto senza spiegazione alcuna.
Rientra invece nelle competenze del medico il miglioramento della capacità di comunicare, che, come si è visto, è un elemento determinante nei rapporti con il paziente. Purtroppo il medico italiano non ha ricevuto alcuna formazione in tal senso. Fornirla potrebbe diventare compito fondamentale delle istituzioni e degli ordini dei medici, al fine di cercare innanzitutto di ristabilire quel rapporto fiduciario medico-cittadino, che è la premessa necessaria in un ambito così delicato come quello preposto alla tutela della salute, che necessita, oltre alle competenze, anche del senso di empatia da parte dell’operatore sanitario nei confronti del dolore e della sofferenza umana.