Nonostante l’unanime convinzione che le politiche sanitarie devono porsi come obbiettivo non solo la cura delle malattie, ma anche e soprattutto la loro prevenzione, le Direzioni di molte Aziende sanitarie non se ne preoccupano, in quanto sono impegnate in strategie rivolte a dare una risposta ai bisogni in un’ottica di breve periodo. Eppure se con il termine di prevenzione si intendono delle azioni mirate non solo per evitare la malattia, ma anche per arrestarne l’evoluzione e a ridurne le conseguenze una volta manifestatasi, la prevenzione diventa una strada obbligata sotto il profilo etico, ma anche sotto quello economico, sia per il costo della cura, che è destinato ad aumentare per l’invecchiamento della popolazione e per l’utilizzo di tecnologie diagnostiche e terapeutiche sempre più raffinate, sia per la perdita di giornate lavorative.
Poiché tutti i settori hanno un impatto sulla salute, da quello scolastico, a quello lavorativo, ambientale, a quello socio-culturale, l’azione della sua tutela coinvolge tutti. Se dipende in primis dal Servizio Sanitario Nazionale, non può infatti prescindere dall’impegno congiunto dei comuni, province, regioni, organizzazioni sindacali ed imprenditoriali, da associazioni di volontariato ed anche dal coinvolgimento di tutti i cittadini. Perciò un buon programma di prevenzione deve prevedere campagne di educazione alla salute, attraverso percorsi formativi per una più generale conoscenza e tutela della salute, ma anche per avere un coinvolgimento sull’attuazione di stili di vita più appropriati.
Quando la situazione lo impone, però, non bisogna esitare a varare provvedimenti legislativi che possono anche contrastare condotte e stili di vita già consolidati. La promozione della salute impone infatti che vengano prese senza esitazione scelte radicali e innovative.
A livello esemplificativo vogliamo far riferimento ai protocolli d’intesa siglati di recente tra il Ministero e le Associazioni dei Panificatori per la riduzione del quantitativo di sale nel pane.
L’accordo prevede che la riduzione del sale avvenga in un arco temporale di tre anni.
Se è scientificamente provato che un consumo eccessivo di sale causa un aumento della pressione arteriosa, con conseguente aumento di malattie quali ad esempio quelle dell’apparato cardiovascolare, se, secondo i dati dell’Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione (INRAN), un italiano adulto assume quotidianamente con l’alimentazione in media circa 10 g di sale contrariamente alla disposizione dell’ OMS, che raccomanda un introito di sale inferiore ai 5 grammi, se è vero che è stato stimato, secondo le notizie dello stesso ministero della salute, che una diminuzione universale dell’introito di sodio di 50 mmol al giorno potrebbe portare ad una riduzione del 50% del numero degli ipertesi e del 16% dei decessi per malattie cardiache, non si capisce perché non venga imposta subito la necessaria riduzione di sale nel pane, senza attendere oltre, visto che si tratta di un alimento essenziale e presente su quasi tutte le tavole.
Se è discrezionale al singolo infatti l’aggiunta sugli alimenti del sale come condimento, esiste in moltissimi alimenti un’ aggiunta indipendentemente dalla volontà del singolo consumatore, in quanto è operata dal produttore e spesso in quantità notevole. Perciò, come é avvenuto per il pane, anche per altri alimenti essenziali, quali i formaggi, gli insaccati, la pasta stessa, oppure i cibi in scatola, che hanno un grosso mercato, ecc., è necessario un immediato intervento da parte del ministero della salute per fissare la giusta diminuzione del quantitativo del sale nei vari alimenti.
Evidentemente tutto ciò risulta insufficiente se non è accompagnato dall’istituzione di un monitoraggio scadenzato del contenuto di sale nei cibi e del consumo di sale nella popolazione attraverso il controllo del sodio nelle urine delle 24 h.
Più in generale la politica sanitaria, proprio per l’importanza e la specificità del suo campo d’azione, necessita di un sistema di valutazione periodico, per verificare l’impatto sulla salute che deriva dall’attuazione dei vari programmi ed interventi. Quest’ultimo deve essere preposto da commissioni di controllo, la cui definizione e struttura deve essere adeguatamente prevista ed istituita presso le singole aziende sanitarie e deve essere necessariamente composta anche da una rappresentanza di cittadini, eletti in appositi comitati di zona, con compiti di verifica e di proposta, secondo modalità analoghe a quelle che sanciscono, nei vari “consigli”scolastici, accanto alle figure professionali del settore anche la presenza degli utenti, nel caso specifico, dei genitori e degli studenti.