“Vivere il presente”: significato e rischio


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Oggi il monito di molti psicologi e terapeutici è “vivere il presente”, essere nell’ “hic et nunc”, ovvero nel “qui ed ora”, innanzitutto per “essere se stessi”.
E’ un’espressione inflazionata, che viene ripetuta con ossessione, quasi come un mantra, sul cui senso però è necessario riflettere.

In primis fermiamoci a ragionare sulla prima parte del monito: “vivere il presente”.
Questa tendenza può non far percepire all’individuo il senso del sé e della sua continuità storica. Come sostiene il filosofo Bergson, non esistono singoli istanti, ma c’è un loro continuo fluire non scomponibile, bensì vissuto nella sua durata reale nella coscienza di ognuno, dove ogni momento è ricco del passato e già contenente il futuro: “la realtà è il divenire…il divenire è indivisibile” (H. Bergson, “Il pensiero ed il movimento”, 1960).
“Vivere il presente” perciò può far perdere il senso del passato ed il sentimento ( dal latino sentīre ‘sentire’) del futuro.
La mancanza di un sentimento del futuro in particolare può avere effetti deleteri, in quanto toglie la speranza e la fiducia nell’avvenire e di conseguenza la felicità, che deriva dal processo di ricerca e di aspettativa. Senza la speranza viene meno anche lo stimolo e l’interesse a costruire progetti ed a fissare delle mete da raggiungere e può venir meno lo stesso senso di responsabilità, in quanto essa è “la comprensione degli esiti che la mia azione avrà sul mio passato (personalità e reputazione) e degli effetti che avrà sul futuro” (U. Galimberti, “L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani”, Feltrinelli 2007).
La concentrazione sul presente allora dovrebbe avere un’altra valenza, non come l’unica realtà esistente, ma come l’unica, su cui si possa intervenire.
Basta osservarci, pronti a capire, senza giudicarci, per comprendere la nostra interiorità, che ci fa capire chi siamo, cosa vogliamo, cosa ci fa star bene e cosa no. Non occorre indagare, perché l’interiorità è l’amore, l’amicizia, la rabbia, tutte le modalità di dare e di ricevere, di reagire, di interloquire con il mondo esterno, di scambio, di arricchimento, è l’esperienza, la vita. I momenti di sofferenza, i momenti di gioia, le nostre soddisfazioni e le nostre insoddisfazioni sono anch’essi l’interiorità. Basta averne consapevolezza e cogliere nelle varie occasioni della vita i segnali dell’anima e del corpo, con sincerità, senza bleffare.

A queste osservazioni si deve aggiungere che il senso del sé vero (che vogliamo distinguere da quello falso ed ideale) indica l’insieme delle rappresentazioni, che ha un individuo della sua esistenza psico-fisica e relazionale e la percezione di essere un’entità distinta con proprie caratteristiche, per cui esso non può che derivare dall’esperienza globale e non da un solo periodo della vita, in quanto consequenziale al pensarsi in modo unitario e continuativo. Il sé emerge come esperienza accumulata ed è una costruzione a posteriori dei fatti, non una condizione a priori, “l’ipotesi di Flanagan è che la vita inizia senza sé e solo attraverso l’esperienza il sé emerga” (A. Zanardi, “Dinamiche interpersonali e sviluppo del sé”, Franco Angeli, 2001).
Abbiamo parlato di rappresentazioni del sé al plurale, in quanto non vi è una sola immagine di sé, ma ce ne sono tante, a secondo dei vari comportamenti e vissuti, dal momento che il sé deriva dall’analisi dell’io, ma è anche il risultato di un’ interazione dinamica e reciproca con gli altri e di un continuo confronto con il giudizio esterno sulla nostra individualità.

Anche l’espressione “essere se stessi” si presta a delle critiche.
Per primo, se “essere se stessi” vuole essere un modo con cui definirsi, è scorretto, perché il sé è una condizione mutevole, per cui sfugge ad ogni tipo di etichetta, che lo incasella in una struttura rigida e non relativa ai vari momenti della vita, in cui cambia la costruzione dell’ identità.
Secondo, “essere se stessi” nei diversi momenti della vita è un’ovvietà, perché non si può essere diversi da ciò da come si è.
Noi siamo noi stessi e siamo unici, non per ciò che siamo o come siamo, ma perché in quel modo siamo solo noi. Spesso con un trapasso illogico viene attribuita al concetto di differenziazione, insito in quello di unicità, l’uscita dall’anonimato, dalla mediocrità, dalla normalità, per cui istintivamente l’unicità viene collegata alla particolarità, intesa come straordinarietà, valore, eccellenza.
Però non è l’unicità a conferirci un valore speciale. Non è un obbiettivo da raggiungere, un rico-noscimento della nostra originalità, anzi questo pensiero erroneo ci fa dipendere sempre di più dall’opinione esterna.
Essere unico deriva dall’unicità del nostro corpo, dei nostri ricordi, delle nostre scelte, delle nostre sensazioni e sentimenti, delle nostre reazioni ed interrelazioni con gli altri, delle qualità o difetti diversi da tutti gli altri, dall’essere il risultato della combinazione di esperienze e di ambienti diversi.




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