Povertà “soggettiva” e realtà “oggettiva”


L’Ansa ha recentemente diffuso un’indagine dell’ Isae, secondo cui “l'incidenza della poverta' soggettiva, cioe' la percentuale di coloro che non ritengono adeguato il proprio livello di reddito, 'e' molto elevata, anche se negli ultimi dodici mesi e' cresciuta meno rapidamente degli anni precedenti. La soglia di poverta' e' indicata in 1.850 euro dalle famiglie di due persone”.
Se confrontiamo questo dato con un’osservazione, sia pure empirica,della realtà emerge subito una grossa contraddizione. Nonostante infatti il dichiarato, le strade continuano a "brulicare" di auto nuove, le pizzerie, le discoteche sono sempre piene e mediamente gli italiani vestono bene.
Siamo forse di fronte “al miracolo” all’italiana: si riesce a spendere come prima, pur essendo più poveri?
Quando si dice che il proprio livello di reddito non è “adeguato”, ci si deve chiedere a che cosa? Ad avere il necessario o il superfluo? E’ vero che ormai, abituati al benessere, il livello di demarcazione tra i due concetti é diventato sempre più labile!
Comunque si è soliti considerare povertà assoluta quella condizione di povertà che deriva dal mancato raggiungimento di un livello di consumo da cui dipenda la sopravvivenza dell’individuo e che quindi non va confusa con la povertà relativa. In questo caso si considera povero chi ha risorse significamene inferiori rispetto ai suoi concittadini. Se aumentano i consumi nelle fasce basse della popolazione in modo maggiore dell’aumento del reddito è chiaro che la povertà relativa non può diminuire.
Se vogliamo far ripartire il nostro paese e renderlo più competitivo in una prospettiva mondiale, tutti dobbiamo fare un passo indietro, rinunciando a qualche pretesa. Innanzitutto i poteri forti e le varie categorie dei professionisti per primi devono cominciare a rinunciare ai lori privilegi ed assumere un’ottica meno ristretta ed individualistica, ma più rivolta al bene della collettività. Non si tratta solo di un dovere morale o di una risposta al senso dello stato, ma anche di un'opportunità strategica, perché se il sistema non decolla o peggio affonda, precipitano tutti e “non ce n’è più per nessuno”.

Prof.ssa Noemi Di Gioia

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