Ancora pochi i neolaureati assunti


Secondo l’indagine Excelsior di Unioncamere e del ministero del lavoro saranno 75mila i laureati assunti nel 2007 dalle aziende italiane: è il numero più alto registrato dal 2001 ad oggi. La richiesta maggiore proviene dal settore dei servizi (l’85%), inferiore invece risulta quella dell’industria con una percentuale che si riduce dal 6,2% del 2006 al 5,8%.
L’esame dei dati statistici inducono a due riflessioni principali.
Innanzitutto si deve sottolineare lo scarso valore riconosciuto alle lauree brevi dagli imprenditori: a fronte di un 48,3% di assunti con il titolo quinquennale della laurea specialistica si registra un solo16’3% dei triennalisti.
Se la statistica non è fine a se stessa, ma funzionale al cambiamento di comportamenti socio-politici, questi dati, che peraltro confermano altri rilevati anche negli anni precedenti, sono sufficienti per indurre ad una seria revisione delle lauree brevi. Già all’epoca della loro introduzione si erano sollevate proteste e serie perplessità sia dal punto di vista didattico per i contenuti che trasmettono, sia per la loro funzione nella prospettiva delle opportunità professionali.
Un altro elemento determinante che viene sottovalutato e mascherato dalla volontà di sottolineare il record delle assunzioni dei laureati, come segnale di cambiamento, è l’immutata propensione ad assumere neo laureati provenienti direttamente dal mondo accademico. Essi rappresentano infatti solo il 35,3% dei 75mila laureati neoassunti.
Al di la dei trionfalismi persiste quindi un dato molto preoccupante: permane difficile il traghettare da parte dei giovani dal mondo della scuola a quello del lavoro.
Quest’ultimo lamenta la mancanza di elementi professionalizzanti, in verità non è in grado di sfruttare a pieno tutto il potenziale trasmesso dal mondo accademico, perché non aperto all’innovazione ed al cambiamento. In realtà il profitto dipende anche da nuovi investimenti che devono riguardare non solo l’aggiornamento delle tecnologie produttive, ma soprattutto la ricerca di capitale umano più qualificato, non tanto nel senso di più preparato nelle specifiche competenze tecniche, che possono essere apprese, ma dotato di capacità in grado di sollecitare novità e di reggere la competizione su un mercato internazionalizzato.
Da una parte quindi si presenta il mondo accademico che offre spesso curricula di studi complessi e variegati, anche con proposte di master innovativi, lunghi e costosissimi, frequentati da persone motivate ad acquisire conoscenze e a sviluppare capacità di tipo gestionale, comunicativo e relazionale, sia nel settore dei servizi che in quello industriale, dall’altra un mondo sordo alle sollecitazioni innovative ed incapace di sfruttare le potenzialità che vengono acquisite e che vengono poi proposte sul mercato dell’occupazione. Lo dimostra il fatto che solo una piccola parte di conoscenze e di abilità acquisite all’università vengono poi utilizzate in ambito lavorativo.
Basti pensare inoltre che da anni si svolgono master altamente qualificanti, proposti da università prestigiose, come la Bocconi di Milano o La Sapienza di Roma, per esempio sul management dell’amministrazione pubblica nei suoi vari settori, che propongono un cambiamento gestionale e soprattutto culturale proprio in un ambito che necessità di interventi immediati, ma essi non vengono tesaurizzati, né sfruttati in modo adeguato, in quanto la struttura non è ricettiva, spesso anche solo per la paura di perdere posizioni o privilegi acquisiti.

Prof.ssa Noemi Di Gioia

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