Espresso Milano-Livorno


Ore 2: Stazione di Milano Centrale, un po’ rinnovata, un po’ ripulita, ma sempre Lei. Con la sua anima grigia, triste però attraente. Ti avvolge in un involucro pieno di pensieri torbidi e profondi, un misto di umanità confusa in una specie di nebbia che rende più sfuocati , più leggeri dolori, sofferenze ed odori senza però smaterializzarli/ devitalizzarli del tutto. L’espresso Milano Livorno è già sui binari, come sempre. Sul rettangolino bianco e nero all’inizio del binario c’è l’orario della partenza: 7 e20. Non sono lì per un viaggio, ovviamente. Sono lì per dormire. I sedili dei vagoni sono più comodi, più puliti delle panchine della sala d’aspetto…e non c’è cattivo odore intorno…e puoi startene solo. Solo? Fino ad un certo punto. Ieri sera mi ero appena addormentato quando ho sentito gridare . O forse era un sogno? La proiezione inconscia della mia paura? No! Era un grido vero, qualcosa di vivo che aveva rotto quell’involucro di grigia passività confusa in cui mi ero cullato, abbandonandomi al sonno, in un’atmosfera in cui il dolore perdeva realtà, era un po’ distaccato, ma non completamente. Il grembo della solitudine in cui ritornavo quasi dolcemente, così chiuso in sé, ma pur confinante con la realtà senza sosta degli arrivi e partenze, si era lacerato all’improvviso. E da quel grido pro-rompeva la vita, con il suo dolore; i miei nervi erano messi al vivo, i sensi erano fili tesi, pronti a scattare a qualsiasi rumore, la paura mi attanagliava lo stomaco. Era stato un coltello, una lama d’acciaio, qualcosa di luccicante nel buio e la notte ferita non era più culla del silenzio, ma era oscura minaccia. Sentivo paura. Perché non mi portavo mai dietro un coltello? Adesso il grido si era trasformato in un vocio concitato ed il vocio in passi. Dove erano? Ancora lontani, in un altro vagone, forse in quello di fianco. Chi erano? Chi era? Un lupo venuto da fuori a rimestare tra uno sparuto gruppo di pecore per vedere se trovava qualcosa tra gli ultimi rimasugli difesi dalla propria miseria? Oppure una lite tra balordi? Perché non avevo anch’io un coltello per difendermi da un’aggressione? Mi ero sentito troppo tranquillo in quel mondo difeso dalla propria miseria. E le voci si facevano sempre più alte e concitate. I passi però non si sentivano più…e ciò mi tranquillizzava un po’. Ad un tratto si sentì una voce più autorevole. Era un poliziotto? Un ferroviere? Il loro capo? Fatto sta che il vocio pian piano si spegneva. Veniva assorbito nel sexus dei rumori indistinti, confuso con la voce dell’altoparlante che ogni tanto si faceva sentire. Ma anch’esso era diventato un rumore di fondo, una parte di quel tutto grigio. Anche la vitalità della paura si spegneva pian piano, i sensi si lasciavano prendere un po’ dalla stanchezza e a poco a poco ritornavano nell’atmosfera di prima. Avevo conservato però un sottile ma resistente filo d’ansia, quasi un nervo scoperto, forte e teso, vivo sotto l’apparente quiete. L’ambiente esterno, che prima era appena quel minimo necessario per rassicurarmi di avere ancora un legame con la realtà, per non disperdermi del tutto, e di sentire il movimento senza sosta della gente lì vicino, quel tanto di io/non io da permetterti di ritornare nella solitudine di te stesso e di garantirti l’esistenza, quell’ambiente così grigio, ma quasi dolce ora aveva dei centri di ostilità, di minaccia che impedivano di addormentare l’individuo nel sexus. Così stanotte avevo fatto più tardi, le 2; potevo guardare negli scompartimenti e scegliermi un vagone in cui non ci fosse nessuno, e forse non sarebbe più venuto nessuno. E poi stasera mi sono portato una bottiglietta di vino da un quarto, una bottiglietta di vino rosso con il tappo a vite. L’avevo preso a casa , senza nemmeno guardare il tipo e tantomeno la marca. Avevo bisogno di un vino a caso, con cui avere un rapporto sfuso, non volevo un’identità per proiettarla sopra la mia, volevo solo confondermi con qualcosa che rendesse però questa confusione più calda, forse un po’ più dolce, più impenetrabile alle sensazioni esterne. Senza fretta mi ero preparato il posto, avvicinando due sedili, con calma, senza sforzo avevo tolto il tappo ed avevo incominciato a mandare giù, un po’ per volta, quasi con distacco, quel liquido rosso che, dapprima lentamente, poi sempre più velocemente, mi scaldava dentro. Come quando correvo le corse campestri o giocavo a pallone, da giovane, nel freddo che si scioglieva dentro, quando il cuore scoppiava nei muscoli ed il paesaggio, la terra, i cespugli, la gente intorno che guardava la corsa, si con-fondevano con il mio respiro ed il mio sangue che correva forte…e mi sembrava di volare, nel ricordo, anche se da qualche parte la ragione diceva che non ce la facevo più, con le gambe legnose, il cuore ansimante, il fiato che mi mancava e la milza che doleva. Peccato che la Bimba non mi avesse mai visto giocare. La Bimba era mia moglie. A lei piace fare lunghi discorsi. Quanti discorsi facevamo fatto ed anche abbastanza profondi; non era neanche importante ricordare chi diceva che cosa. Nel dialogo infatti si perde la propria individualità. “Io non mi realizzo con la vita in casa! “ “Non ti realizzi? Ma è una contraddizione! Tu sei già una realtà.” “Che falsità usare il verbo realizzarsi!. E’ un neologismo che maschera l’insoddisfazione di fondo della società moderna. Il verbo realizzare non è un verbo riflessivo, ma transitivo, si realizza quindi un’idea, un sogno, ma non se stessi. “Prendiamo il vocabolario” è strano, ma andava spesso a finire così. “ Il Devoto- Oli è buono…vediamo: reale…realismo…realizzare. Dice: conseguire o concretizzare un fine desiderato o predisposto…un sogno…un progetto… “ma allora non possiamo dire realizzarsi, di se stessi. Siamo già realtà! Non sarebbe più semplice perciò dire: io non posso realizzare le mie aspirazioni, i miei sogni? E no! Non ci sarebbe più il giochino del nostro inconscio. Neghiamo così la realtà della nostra realtà, la realtà vera di noi( quella che non si accetta) e si dà invece per essente una realtà ideale di noi stessi, che non può divenire reale, “realizzarsi”, per ostacoli contingenti, al di fuori dell’io vero. Ma adesso la Bimba non c’era. Ed io continuavo a sorseggiare il mio vino sfuso che esaltava, scaldava il mio rapporto con il sexus interno e smorzava il mio in-dividuum, quasi lo spegneva, un lumicino lontano, come una preghiera percettibile a malapena,…Lui è lontano ed io sono confuso nel mondo. Confuso nell’ambiente grigio d’intorno, da un vino senza nome. E non voglio capire….Capire è afferrare, prendere qualcosa, oppure qualcuno, circoscriverlo, capire è brutto –ne iudicemini- ,staccarlo dalle radici, dal Tutto, per conoscerlo, coglierlo, sfruttarlo, come un fiore sradicato dal terreno e quindi vederlo oggetto e non più parte dell’universo, disseccato. E così non voglio capire, mi piace lasciarmi confondere da un vino senza nome, in un’atmosfera grigia ed anonima, viva solo vagamente, vagabonda, come la gente senza nome che appena senti lì vicina, alla Stazione Centrale di Milano. “Venezia”, il nome esce fuori dall’altoparlante che finora era quasi un rumore di fondo, mentre mi stavo assopendo; forse è un treno per Venezia e mi rimettevo a pensare. Non solo a pensare, sentivo subito un’emozione, quell’emozione. Quando si ricorda non c’è solo un fatto cognitivo, si rivive anche la situazione, con le stesse emozioni del momento e della situazione a cui il ricordo si riferisce. Lo so ben io, che vivo anche in pubblicita:. è uno dei punti fondamentali e non è quasi mai capito, specie dalle Agenzie. Comunque provo sempre quel sentimento quando Venezia entra nella mia esistenza: il massimo dello splendore, ma intriso di decadenza, come se avesse in sé i segni della morte. Quel verde marcio del legno marcio di un mare marcio, che fa sentire di uno splendore ancora più splendido gli stupendi palazzi in riva al Canal Grande. Quasi come un tramonto; si accende tutto, per un attimo, di una luce irreale, che ti abbaglia e ti coinvolge , per un attimo non esisti più. E poi ti trovi solo e tutto grigio e tu esisti come individuo ed il mondo è oggetto, non-io. Ho avuto due tramonti nella mia vita; due tramonti che non dimenticherò mai. Schönbrunn Schloss (si scrive così?). Vienna. Stavo passeggiando nei giardini quando ho rivolto lo sguardo al Castello: davanti a me avevo una costruzione armonica di volumi, che la luce aveva svuotato dalla materia ed aveva fatta diventare realtà delineata da linee classiche, espressione di una pura razionalità geometrica, però nello stesso tempo reale, piena di volumi. Poi per un attimo il Castello è diventato quasi un’idea pura. La luce , allora più intensa, tirava fuori dal mondo circostante l’armonia dei suoi volumi senza materia. E rimase così per un attimo che è durato non so quanto: fuori dallo spazio, fuori dal tempo. E’ un’immagine che porto dentro di me e che rivive ogni volta che ci penso. Però non posso pensarci quando voglio, ma solo quando viene nel mio pensiero, all’improvviso, come quel giorno, a Vienna. L’altro tramonto della mia vita è Odessa. Venivamo da Kiev, su un pulmino, eravamo una ventina di ragazzi, partiti da Londra,, con quel pulmino e le tende. La guida russa era una simpatica ragazza, che, nei tempi morti, mi insegnava poesie – di Esenin. Era tanto che viaggiavamo , ero stanco, quando pian piano il sole cominciava ad arrossare. E noi ci muovevamo verso di lui e lui diventava sempre più rosso. Non era un rapporto il nostro , era un movimento, un movimento sessuale verso di lui e lui sempre lontano, ma sempre più rosso. Il pulmino correva verso di lui e lui era sempre irraggiungibile, sempre più rosso. Sentivo dentro qualcosa; l’aggettivo che mi viene in mente è orgiastico, un orgiastico ritorno verso quella palla tonda e rossa, che sapevo, che sentivo irraggiungibile, ma quasi incandescente dentro di me, sempre più grande, quasi a coprire il cielo che diventava scuro e lui era sempre più rosso e sempre più grande e noi correvamo verso di lui , noi, perché non ero solo io, sentivo che tutti noi, dentro il pulmino, correvamo verso di lui, irraggiungibile, ma così vicino, quasi dentro di noi. E sentivo il sangue scorrere forte, non solo il mio, ma anche quello degli altri, lì vicino, scorrere insieme a quel sole rosso, come se il suo sangue scorresse al suo interno e fosse rosso di sangue e di ebbrezza lì per me, per noi. Non è stato un attimo senza tempo, è stata una lunga corsa che è durata tanto, tanto finchè non mi sono accorto che il sole era sparito. E all’improvviso sentivo un sentimento: ero tornato nel grembo della notte. Della Madre notte. “ liubimaia! Minià v niè liubili,” diceva più o meno la poesia che mi stava insegnando la guida russa, “liubimaià” ripetevo io, ma non ero io che diceva questo; nessuno dei due lo voleva , era la poesia che diceva questo. Camminava sul marciapiede, era troppo truccata, troppo appariscente, era troppo donna: era un travestito. Ad un tratto le si avvicinò un uomo con i baffi, maturo, forte, si vedeva che era un uomo vissuto, non gratuitamente crudele, ma probabilmente senza scrupoli, sprezzante, diciamo un “duro”. Si misero a parlottare piano, poi il “duro” alzava sempre più la voce, l’altro si faceva ancora più cereo del suo cerone, sembrava quasi diventato malato, disfatto, ed improvvisamente il “duro” gli sferrò un pugno in viso. Il sangue si mischiava con il rossetto, ma lui non ebbe pietà, continuava a picchiarlo, finchè il travestito cadde gemendo, una maschera di cerone, di capelli finti, imbrattati di rossetto, di sangue e di pianto. Ma l’altro non ebbe pietà. Gli sferrò un calcio con il tacco in pieno viso quasi schiacciasse un essere immondo. Ma neppure così si era sfogato e se ne andò gridando infuriato. Non è niente vero! E’ un’immagine che mi è venuta alla mente come una pro-vocazione, quasi una protesta al sentimentalismo ovattato in cui mi stavo cullando per richiamarmi alla dura realtà. Il cosiddetto “realismo”. Niente è più irreale, più grottesco del “realismo” che fa della violenza e della maniacalità la realtà, la vita. E’ forse un tentativo di fuggire dalla quotidianità della vita (la routine? ). E’ diventata quasi una mania quella di voler fuggire dalla “routine”, cercando nelle situazioni forti, violente, patologiche la negazione della vita normale. Perché ci si sente uguali agli altri, anonimi. Si fa quello che fanno gli altri: il lavoro, la casa, i bambini. I bambini. Ricordo il primo Natale con Emanuele. Emanuele è il nostro bambino. Il giorno prima eravamo andati, io e la Bimba, la Bimba è mia moglie, a passeggio in centro a Milano. Sotto Natale è bello andare in centro verso sera, con tutte le luci che prendono le forme della natura: dei cristalli di neve, dei pini, delle stelle. Ti fanno sentire partecipe, insieme a tutta la gente che cammina, di una stessa natura e nello stesso tempo di una stessa civiltà. L’opera dell’uomo trasforma la natura e la rende più “umana”: è una natura trasformata dalla civiltà, una civiltà impregnata di natura. E ai croce-via l’odore delle caldarroste passa di gente in gente e la nera fuliggine dei focolari delle vecchie case di campagna, incise nel profondo della nostra memoria dalle passate generazioni, spinge ad incontrarsi ed a scontrarsi in mezzo alla strada, illuminata dalle luci colorate violentemente, o razionalmente computerizzate, delle insegne e delle vetrine dei negozi. E camminando ci si sente parte di un tutto che si muove, senza affanno, senza l’ansia di denaro e di potere di sempre. Come se tutto, la gente, i palazzi , le vetrine, le luci e le strade, in un’atmosfera quasi favolistica, da presepe, volessero godersi in pace questo tempo di vigilia in attesa della nascita di qualcosa che li unisce. Per noi era nato Emanuele, da due mesi. E la gioia di ritrovarlo a casa, al ritorno, la dividevamo con la gente, le case, le luci intorno, come se una comunicazione senza parole passasse per le .strade. E quando siamo tornati, egli era lì e ci sorrideva con i suoi occhi ingenui e nello stesso tempo avidi di curiosità. E non era un sorriso come un altro. Ed egli non era un bambino di due mesi come un altro. Egli era Emanuele, il nostro bambino. Ed era lì, a Natale, per noi. E noi eravamo lì, per lui. E’ stato un momento unico, irripetibile, come unico è il rapporto di ogni padre e di ogni madre con ogni figlio e di ogni uomo con ogni donna. E questa capacità dell’uomo di vivere come unico ogni momento ed ogni rapporto rende viva la vita, perché ogni momento è diverso dagli altri e la vita non è da capire, cioè sradicarla dal tutto per afferrarla, definirla, paragonarla, giudicarla, ma la vita è da vivere ed il senso della vita sta proprio nel viverla. E’ il senso di essere in-dividui, senza perdere però la comunione con gli altri e con le passate generazioni, perché si è, allo stesso tempo, individuum, cioè parte indivisibile, e sexus, cioè segmento del tutto. E la tensione dell’uomo consiste allora nel trovare la coincidentia oppositorum, il punto comune tra le contraddizioni, la croce, dove in un punto si incontrano forze provenienti da opposte direzioni. Ed è proprio l’eros la molla che ci fa superare la contraddizione fra individuum e sexus. Una delle croci dell’uomo. Quante croci per l’uomo nuovo!. La croce mi riporta alla mia realtà di cristiano: l’amore per il nemico (diceva invece il poeta greco: “voglio essere dolce all’amico ed amaro al nemico”), la contraddizione del figlio di madre vergine (che supera la tragica e fatale contraddizione di Edipo). E poi la croce forse più grande e dolorosa: la tensione dell’uomo, segnato dal marchio dell’Assoluto, che lo fa diventare corda tesa verso l’Infinito Per questo segno di contraddizione la croce greca, perfetta nella sua geometrica disposizione a quattro bracci uguali, da archetipo è divenuta simbolo., assumendo per sempre la forma di uomo, dal giorno in cui il Verbo, fatto carne, vi è stato inchiodato. E tutti noi, che, con ansia disperata, dalla condizione di uomini siamo tesi verso la sfera del divino, dell’Infinito, del punto di incontro dei due bracci della croce, anche noi siamo lì a gridare con la folla di Gerusalemme: “ Crucifige”. Forse anche per questo sono finito lì, sull’espresso Milano-Livorno, per avvolgere il dolore della croce con l’atmosfera grigia della stazione Centrale, che rende più indefinito, più sfumato tutto, gli odori, i rumori, il dolore, assorbendoli nell’evasione senza sosta degli arrivi e delle partenze, senza però devitalizzarlo completamente; per garantirmi l’esistenza. Tutta questa processione di pensieri però lasciava scoperto un filo, un nervo che non permetteva di addormentare il mio individuum nel sexus dell’atmosfera grigia e del calore del vino. L’Assoluto, l’Infinito…Mi veniva in mente un dialogo con la Bimba, anche se in maniera confusa. “Cos’è l’Assoluto?” “E’l’Io senza vincoli, l’Io puro… “ Ma che differenza c’è con l’Infinito?” “Non so; l’Infinito mi sembra un concetto, o forse un sentimento panteistico, di comunicazione con il Tutto e la Storia” “L’Assoluto invece tende all’essenza, alla ricerca del nucleo minimo di sé e del mondo, l’atomo, l’individuum.” “Tende a concentrare tutta la libido, dispersa nel non io, sull’io, per raccogliere tutta l’energia in un sol punto e permettergli la massima potenzialità di espansione verso l’Infinito: forse in questo senso Assoluto ed Infinito si implicano a vicenda.” A quel punto il discorso con la Bimba si era fatto più profondo. Me lo ricordavo, forse avevamo trovato anche un punto di incontro tra i due concetti. Ma allora la lucidità della ragione era annebbiata dal sonno e dal vino. Mi abbandonavo perciò al ricordo del dialogo con la Bimba per trovarne la conclusione. Ma non arrivava. “Domani lo chiederò alla Bimba”. Appagato da questo pensiero mi addormentai, dopo aver fatto, in qualche modo, un segno di croce. Il rumore della gente che raggiungeva il treno mi svegliò, quasi improvvisamente. Che giorno era? Venerdì mattina! E’ l’ultimo giorno sull’espresso Milano-Livorno. Dovevo andare a Bormio a prendere la bimba ed i bimbi. Erano lì da una settimana, in vacanza. Erano tre sere che dormivo lì; chissà perché ero finito lì? Lo sapevo, vagamente. Forse perché, inconsciamente, volevo avvolgere nell’atmosfera grigia ed evasiva, ma non completamente irreale, della stazione Centrale la mia identità e sfuggire alla solitudine di un lucido dialogo con me stesso nell’ambiente reale di una casa vuota. Avevo appena messo a posto i sedili, quando un signore entrò e si sedette. “Anche Lei va a Livorno?”, mi disse. “No” , risposi io ,”sono arrivato. Da un lungo viaggio” “Ah, credevo che questo treno si fermasse a Milano Da dove viene?”, mi chiese. “Dalla stazione Centrale di Milano”, risposi. Quello sconosciuto mi guardò sconcertato, mentre io mi alzavo, prendevo la ventiquattrore e mi dirigevo verso la toilette. Mi feci la barba, mi lavai, mi vestii meglio, mettendomi anche la cravatta e scesi dal treno. Presi il metrò. Arrivai in ufficio, lessi la posta e andai in riunione. Mi “cicalò” la segretaria: ”Ha telefonato sua moglie; ha detto di non andare a prenderla a Bormio. Viene Lei con il treno. Ha detto di andare a prenderla stasera alle 21. Alla Stazione Centrale.”.
Giuseppe Tarditi

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