Da Casa Savoia una richiesta di risarcimento che fa discutere
Personalmente ho sempre avuto grande simpatia per la monarchia e per Casa Savoia, in particolare, da buon piemontese. Penso infatti che un re avrebbe, anche a livello simbolico, molto più carisma, nel rappresentare l’unità di un popolo, soprattutto se di questa unità sia stato uno degli artefici principali, piuttosto che un personaggio, espresso dai “giochi” di partito e spesso un politico di professione.
A parte il fatto che credo che per i “puri” non sia facile fare carriera ad alti livelli in politica e che quindi tutti i politici di professione ad alto livello siano in qualche modo ricattabili, il prestigio e l’autorevolezza che un Capo dello Stato deve avere nei confronti dei tre Poteri dello Stato (legislativo, esecutivo e giudiziario) è probabilmente di gran lunga maggiore se deriva dalla Storia, come per un re, rispetto all’autorevolezza derivante dalla scelta da parte di coloro che dovrebbero aver soggezione di lui, come nel caso del Presidente della Repubblica.
Oggi però mi sembra che il problema non sia più praticamente proponibile, in quanto la continuità storica ed il prestigio di Casa Savoia è venuto meno e quindi l’Italia, purtroppo, a differenza di altre Nazioni, ha perso una risorsa politica molto importante, che non è più recuperabile.
Comunque, visto il legame emotivo e simbolico della Casa Savoia con l’unità d’Italia, si sente il rammarico per la decisione dei suoi ultimi rappresentanti di richiedere allo Stato Italiano (ed in definitiva al popolo ) il risarcimento per i danni morali in seguito all’applicazione per più di 50 anni della XIII disposizione transitoria della Costituzione, che prevedeva l’esilio per i figli maschi della stessa.
Con buona pace di alcuni costituzionalisti, la richiesta di risarcimento per danni morali, seppure molto discutibile sul piano storico e del buon gusto (etich-etta, senza voler scomodare l’etica!), dal punto di vista giuridico mi sembra fondata a livello di normativa europea e non penso che ci siano molti dubbi sul fatto che la CEDU (Corte Europea dei diritti umani), operante a Strasburgo, accoglierà la domanda.
Le norme europee ormai da più di un decennio, sia per giurisprudenza della Corte europea, sia per la giurisprudenza delle Corti interne dei singoli stati, compresa la Corte Costituzionale, hanno maggiore “durezza” delle norme interne degli Stati, comprese quelle costituzionali, sono cioè norme “supercostituzionali”.
Anche le norme costituzionali dei singoli stati devono quindi adeguarsi. Certamente la XIII disposizione transitoria della nostra Costituzione viola le norme comunitarie relative ai diritti umani. Senza contare che nel caso in questione la transitorietà della norma avrebbe potuto giustificare il divieto in essa contenuto per 10-20anni ma non certamente per 50 e più anni.
Non solo, ma le sentenze delle Corti Europee, ed in particolare quelle della CEDU, sono esecutive nel territorio dei singoli stati e quindi i tribunali interni, in caso di richiesta, devono portarle ad esecuzione. Sbaglia quindi chi pensa che la strada europea sia più complicata da percorrere che quella interna per ottenere la soddisfazione concreta delle proprie pretese. A parte il vantaggio di evitare sentenze domestiche o peggio addomesticate, anzi per chi ha come nel caso, ragioni fondate, la strada europea è quella più sicura e rapida, vista anche la lentezza della Giustizia italiana.
Ciò detto mi permetterei di suggerire ai difensori dello Stato italiano di concentrare la battaglia non sul diritto, ma sul quantum del risarcimento richiesto, in quanto la somma di 260 milioni sembra abnorme. Mi sembra infatti che i danneggiati a causa dell’ “esilio” non siano vissuti in condizioni particolarmente sofferenti. Non solo, ma mi sembra decisivo il fatto che, negli ultimi 5 anni, pur avendo libertà di vivere in Italia, non ne abbiano approfittato così tanto, ma siano vissuti prevalentemente all’estero, mantenendovi, se non erro, la residenza.
Certo negli ultimi mesi il sig. Emanuele Filiberto ha manifestato la volontà di trasferire in Italia la propria famiglia, spinto da amore per il nostro Paese. A qualche malpensante però potrebbe venire il sospetto che cotanto amore conclamato per l’Italia negli ultimi mesi sia funzionale a far lievitare la valutazione della “pecunia doloris”. Se così fosse la nostra amarezza sarebbe ancora più grande!