Con l’espressione “medicina di genere” si intende la distinzione in campo medico delle ricerche e delle cure in base al genere di appartenenza, non solo da un punto di vista anatomico, ma anche secondo differenze biologiche, funzionali, psicologiche e culturali.
A differenza del termine “sesso” che sottolinea solo la caratterizzazione biologica dell’individuo, il termine “genere” (gender) infatti intende le categorie “uomo" e “donna”, non solo in base a differenze biologiche, ma anche secondo fattori ambientali, sociali e culturali.
Il problema della medicina di genere nasce dal fatto che gli studi di nuovi farmaci, di nuove terapie e dell’eziologia e dell’andamento delle malattie sono sempre stati condotti considerando come fruitori i maschi. Di conseguenza le cure mediche rivolte alle donne sono compromesse da un vizio di fondo: i metodi utilizzati nelle sperimentazioni cliniche e nelle ricerche farmacologiche e la successiva analisi dei dati risentono di una prospettiva maschile che sottovaluta le peculiarità femminili.
La prima volta in cui in medicina si menzionò la “questione femminile” fu nel 1991 quando Bernardine Healy, direttrice dell’Istituto Nazionale di Salute Pubblica, sulla rivista New England Journal of Medicine parlò di “Yentl Syndrome” a proposito del comportamento discriminante dei cardiologi nei confronti della donna. Bisognò attendere però più di dieci anni perché fosse avviata una sperimentazione riservata alle donne, esattamente fino al 2002 quando, presso la Columbia University di New York è stato istituito il primo corso di medicina di genere, "A new approach to health care based on insights into biological differences between women and men", per lo studio di tutte quelle patologie che riguardano entrambi i sessi. La stessa OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha inserito poi la medicina di genere nell'Equity Act a testimonianza che il principio di equità implica che la cura sia appropriata e sia la più consona al singolo genere.
Di recente inoltre ci si è accorti di significative differenze nell’insorgenza, nello sviluppo, nell’andamento e nella prognosi delle malattie Gli organi e gli apparati che sembrano presentare più differenze di genere sono il sistema cardiovascolare, il sistema nervoso e quello immunitario. Per esempio la malattia cardiovascolare, considerata da sempre una malattia più frequente nell’uomo, è il killer numero uno per la donna tra i 44 e i 59 anni. Esiste però ancora un pregiudizio di genere che riguarda l’approccio ai problemi cardiovascolari delle donne.
L’ ottica di genere difatti non è ancora pienamente utilizzata per programmare gli interventi di promozione della salute e ancora persistono pregiudizi di genere nello studio dell’eziologia, dei fattori di rischio, nelle diagnosi e nei trattamenti. Viene ancora sottovalutata la salute delle donne all’interno di una ricerca medica che è centrata sull’uomo e permane il pregiudizio scientifico che considera le malattie delle donne con una prevalente derivazione biologica-ormonale e quelli degli uomini con una prevalente derivazione socio-ambientale e lavorativa.
Persistono non solo pregiudizi, ma esistono resistenze scientifiche e culturali. Manca ancora, infatti, una diversa prospettiva culturale e politica che possa favorire una nuova stagione di grandi valori di democrazia e di rispetto della diversità per porre fine a tutte le disuguaglianze e le discriminazioni ancora presenti anche in una società, come la nostra, che si considera civilizzata. Per non parlare poi del fatto che il diritto alla salute è anche per le donne un diritto inviolabile e sancito dalla Costituzione.
Proprio perché è stato fatto pochissimo e siamo ancora lontani da una politica sanitaria che rispetti le distinzioni di genere, la Commissione europea ribadisce la necessità che quanto prima si promuova una politica in difesa della salute tenendo conto della diversità di genere ed il Consiglio dell’Unione europea sollecita una maggior conoscenza da parte degli operatori sanitari per affrontare le disuguaglianze nella salute e
garantire parità di trattamento e di accesso alle cure. La conoscenza delle differenze di genere favorisce infatti una maggiore appropriatezza della terapia e ed una maggiore tutela della salute per entrambi i generi.
Bisogna convincersi che la medicina di genere é imprescindibile sia nella ricerca, che nella clinica medica, innanzitutto perché le donne si ammalano di più. Le donne vivono più a lungo, ma si ammalano di più ed usano di più i servizi sanitari. Secondo i dati del ministero della salute il 6% delle donne soffre di disabilità (vista, udito, movimento) contro il 3% degli uomini, il 9% soffre di osteoporosi contro l’1% degli uomini, di depressione il 7.4% contro il 3%degli uomini. Ci sono poi malattie autoimmuni che colpiscono prevalentemente il sesso femminile, come ad esempio l’ artrite reumatoide e questo dimostra che ci sono differenze tra il sistema immunitario maschile e femminile. Le malattie per le quali le donne presentano una maggiore prevalenza rispetto agli uomini sono: le allergie (+ 8%), il diabete (+ 9%), la cataratta (+ 80%), l’ipertensione arteriosa (+ 30%), alcune malattie cardiache (+ 5%), tiroide (+ 500%), artrosi e artrite (+ 49%), osteoporosi (+ 736%), calcolosi (+ 31%), cefalea ed emicrania (+ 123%), depressione e ansietà (+ 138%), alzheimer (+ 100%).
La medicina di genere permette di evidenziare anche nel campo della ricerca farmacologica le diverse risposte all’assunzione dei farmaci da parte dell’organismo maschile rispetto a quello delle donne che sembrano essere più soggette a reazioni avverse. Tale studio si impone in tempi ravvicinati, in quanto il consumo dei farmaci da parte delle donne è percentualmente più elevato rispetto a quello degli uomini.
Senza un orientamento di genere, la politica della salute risulta metodologicamente scorretta, oltre che discriminatoria e le disuguaglianze possono aggravarsi per la necessità di una forza lavoro più mobile e flessibile.
Per questo motivo la medicina di genere è ormai una realtà dalla quale non si può prescindere!