La medicina di genere: un’emergenza da affrontare


Tuttora le cure mediche rivolte alle donne sono compromesse da un vizio di fondo: i metodi utilizzati nelle sperimentazioni cliniche e nelle ricerche farmacologiche e la successiva analisi dei dati risentono di una prospettiva maschile che sottovaluta le peculiarità biologico-ormonali e anatomiche proprie delle donne.
La prima volta in cui in medicina si menzionò la “questione femminile” fu nel 1991 quando Bernardine Healy, direttrice dell’Istituto Nazionale di Salute Pubblica, sulla rivista New England Journal of Medicine parlò di “Yentl Syndrome” a proposito del comportamento discriminante dei cardiologi nei confronti della donna. Bisognò attendere più di dieci anni perché fosse avviata una sperimentazione riservata alle donne, esattamente fino al 2002 quando, presso la Columbia University di New York è stato istituito il primo corso di medicina di genere, "A new approach to health care based on insights into biological differences between women and men", per lo studio di tutte quelle patologie che riguardano entrambi i sessi.La stessa OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha inserito poi la medicina di genere nell'Equity Act a testimonianza che il principio di equità implica che la cura sia appropriata e sia la più consona al singolo genere.
Si sta così facendo strada la convinzione che la medicina di genere é imprescindibile sia nella ricerca, che nella clinica medica, innanzitutto perché le donne si ammalano di più. Secondo l’indagine Istat, presentata il 2 marzo scorso, infatti, l’8,3% delle donne italiane denuncia un cattivo stato di salute contro il 5,3% degli uomini. Le malattie per le quali le donne presentano una maggiore prevalenza rispetto agli uomini sono: le allergie (+ 8%), il diabete (+ 9%), la cataratta (+ 80%), l’ipertensione arteriosa (+ 30%), alcune malattie cardiache (+ 5%), tiroide (+ 500%), artrosi e artrite (+ 49%), osteoporosi (+ 736%), calcolosi (+ 31%), cefalea ed emicrania (+ 123%), depressione e ansietà (+ 138%), alzheimer (+ 100%).
La medicina di genere permette di evidenziare anche nel campo della ricerca farmacologica le diverse risposte all’assunzione dei farmaci da parte dell’organismo femminile rispetto a quello maschile. Tale studio si impone in tempi ravvicinati, in quanto sempre dai dati Istat emerge che il consumo dei farmaci da parte delle donne è percentualmente più elevato rispetto a quello degli uomini.Nel 2005 il consumo dei farmaci, infatti, ha riguardato il 42% delle donne e il 32% degli uomini e gli stessi dati mettono in luce non solo le notevoli differenze tra i due sessi che si registrano nelle risposte alle terapie farmacologiche, ma anche che le donne sono più soggette a reazioni avverse.
In questa esigenza di cambiamento sembra inserirsi la “Commissione salute delle donne”, insediata l’8 giugno 2007 dal Ministro della Salute Livia Turco. La Commissione, della durata di tre anni, ha le seguenti finalità: l’elaborazione del Piano strategico intersettoriale per la promozione e tutela della salute psico-fisica delle donne e la Conferenza Nazionale delle donne; approccio di genere alla salute; azioni per la salute sessuale e riproduttiva, percorso nascita, aspetti preventivi nelle varie fasi della vita delle donne; violenza contro le donne. Inoltre secondo le dichiarazioni del Ministro della Salute Livia Turco al Convegno sui farmaci di genere "Un giorno dedicato alla salute della donna", organizzato dall'Istituto Superiore della Sanità, si sta pensando “ per sviluppare la ricerca di genere… di dedicare una quota significativa delle risorse che, in base all’articolo 12 del decreto legislativo 502 (art.12 bis), saranno attribuite dal Ministero dell’Economia al Ministero della Salute. L’obiettivo è sviluppare un progetto “Salute donna per la ricerca nella medicina di genere” in diverse aree”.
Non bastano però le risorse se non c’é un’adeguata informazione sulla necessità di una diversa prospettiva culturale e politica.
Bisogna favorire infatti la nascita di una nuova stagione di grandi valori di democrazia e di rispetto della diversità per porre fine a tutte le disuguaglianze, le discriminazioni e le oppressioni ancora presenti anche nelle società che si considerano civilizzate. Per non parlare poi del fatto che il diritto alla salute è anche per le donne un diritto inviolabile e sancito dalla Costituzione. E’ necessario tra l’altro istituire corsi di formazione sulle specificità della salute della donna, sull’esempio dell’ Università di Roma Tor Vergata, l’unica che ha deciso di far a partire dal prossimo anno accademico, presso la Facoltà di medicina, un master in medicina di genere.
Speriamo che quelle del governo non siano le solite dichiarazioni di circostanza nel quadro dell’anno europeo delle pari opportunità, ma che riflettano una reale volontà di avviare quanto prima anche nel nostro Paese la sperimentazione di farmaci gender oriented, per allinearci allo standard americano e che vengano varati i provvedimenti necessari a tutela della salute della donna. Certo in un’ottica di trasformazione si potrebbe attuare subito un’ adeguata politica di prevenzione nei confronti di alcune malattie, prevalentemente femminili, come l’osteoporosi, che rappresenta oggi un problema sia in termini di qualità di vita che di costi sanitari e sociali. Si dovrebbe cominciare dall’estensione del trattamento farmacologico dell’osteoporosi a carico del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) a tutti e non solo ad alcuni pazienti inclusi nella nota 79, cioè quelli con rischio più elevato di frattura, parallelamente all’elaborazione del Piano operativo per la prevenzione dell’osteoporosi nella popolazione anziana che contempli per esempio la fornitura gratuita di una dose di calcio e vitamina D per reintegrare quelle scorte fisiologiche che si perdono con l’avanzare degli anni.

Prof.ssa Noemi Di Gioia



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