La noia in Leopardi


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“La noia è manifestamente un male, e l’annoiarsi una infelicità. Or che cosa è la noia? Niun male né dolore particolare ma la semplice vita sentita, provata, conosciuta, pienamente presente all’individuo e occupantelo”: con queste parole Leopardi definisce la noia nello Zibaldone.
La Noia quindi per Leopardi è assenza contemporanea di dolore come di piacere, “quando l'uomo non ha sentimento di alcun bene o male particolare, sente in generale l'infelicità nativa dell'uomo, e questo é quel sentimento che si chiama noia” ( Zibaldone) :
é in particolare mancanza di gioia e di speranza nel Sabato del villaggio
“diman tristezza e noia
recheran l'ore” ;
è assenza di qualunque prospettiva futura nel Passero solitario “quando muti questi occhi all'altrui core,
E lor fia voto il mondo, e il dì futuro
Del dì presente più noioso e tetro,
Che parrà di tal voglia?”;
la noia è quindi per Leopardi una sensazione che provoca insoddisfazione ed ansia:
“Quando tu siedi all'ombra, sovra l'erbe,
tu se' queta e contenta;
e gran parte dell'anno
senza noia consumi in quello stato.
Così Leopardi scrive rivolgendosi al gregge in Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, ma quello stesso atteggiamento di riposo non gli dà quiete , bensì struggimento : “Ed io pur seggo sovra l'erbe, all'ombra,
e un fastidio m'ingombra
la mente, ed uno spron quasi mi punge
sí che, sedendo, piú che mai son lunge
da trovar pace o loco”. (Canto notturno di un pastore errante dell’Asia)
Leopardi non trova una giustificazione razionale al suo malessere ( “nulla non bramo,/e non ho fino a qui cagion di pianto”), ciò nonostante non trova pace ed inutilmente chiede alla greggia:
“ Dimmi: perché giacendo
a bell'agio, ozioso,
s'appaga ogni animale;
me, s'io giaccio in riposo, il tedio assale?” (Canto notturno di un pastore errante dell’Asia)
La noia in Leopardi non ha la stessa valenza di quella di un Moravia per il quale è essenzialmente indifferenza nei confronti della vita, in quanto in lui deriva dal senso di incapacità a partecipare al flusso della vita, in quanto ritenuta inadeguata e diversa dalle proprie aspettative. Poiché la noia è il senso di vuoto che deriva dal confronto fra le nostre grandi aspirazioni è la realtà che ci circonda diventa peggiore del dolore stesso e “ non appena miseria e dolore concedono all'uomo una tregua, la noia é subito vicino tanto, che quegli per necessità ha bisogno d'un passatempo... E la noia é tutt'altro che un male di poco conto: che finisce con l'imprimere vera disperazione sul volto” (Schopenhauer).
La noia quindi è per Leopardi infelicità, che deriva appunto dalla consapevolezza dell’impossibilità di soddisfare i piaceri e i desideri che la natura in modo ingannevole alimenta in noi.
“Mi convinsi della vanità della vita e della pazzia degli uomini che si combattono continuamente per piaceri che non li dilettano... mi resi conto che gli uomini si allontanano dalla felicità quanto più la cercano”: scrive Leopardi nel Dialogo della natura e di un Islandese, anche perché la natura non mantiene quello che promette, per cui inganna i suoi figli e all’ apparire della verità la vita si rivela una grande disillusione:
“All’apparir del vero
Tu, misera, cadesti: e con la mano
La fredda morte ed una tomba ignuda
Mostravi di lontan” (A Silvia)
e ancora l’inganno e la malvagità della natura sono palesi nella Sera del dì di festa
“io questo ciel, che sì benigno
Appare in vista, a salutar m’affaccio,
E l’antica natura onnipossente,
Che mi fece all’affanno. A te la speme
Nego, mi disse, anche la speme; e d’altro
Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto”
o nell’Ultimo canto di Saffo
“Arcano è tutto,
Fuor che il nostro dolor. Negletta prole
Nascemmo al pianto… “
Oppure nelle Ricordanze
“Fantasmi, intendo,
Son la gloria e l'onor; diletti e beni
Mero desio; non ha la vita un frutto,
Inutile miseria.”
I l piacere a cui l’uomo aspira é quindi vano, inconsistente, è nulla: è solo sospensione del dolore come nella Quiete dopo la tempesta (“Piacer figlio d'affanno;/Gioia vana, ch'è frutto/Del passato timore”), oppure attesa come nel Sabato del villaggio (“Questo di sette è il più gradito giorno,/pien di speme e di gioia”). Per questo non può avere una risposta l’ultima domanda dell’Islandese: "Dimmi quello che nessun filosofo mi sa dire: a chi piace o a chi giova cotesta vita infelicissima dell’universo, conservata con danno e con morte di tutte le cose che lo compongono?"
Se però per Leopardi, da una parte, la noia è “figlia della nullità e madre del nulla”, nella misura in cui é il senso di un’ insoddisfazione perpetua verso un piacere inappagato, che genera l'infelicità dell'uomo e quindi il senso della nullità di tutte le cose, dall’altra diventa però al tempo stesso il più nobile dei sentimenti umani proprio perché ci permette di prendere coscienza dell’essenza della vita, nella misura in cui la noia è “la semplice vita sentita, provata, conosciuta”
E’ la misura della grandezza dell’uomo che, tramite il disprezzo delle illusioni, si innalza ad un livello eroico, quando, consapevole della sua miseria, accetta titanicamente il suo destino e come la Ginestra piegherà il capo
“ sotto il fascio mortal non renitente…
Ma non piegato insino allora indarno
Codardamente supplicando innanzi
Al futuro oppressor” ( Ginestra)


Giuseppe Tarditi





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