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Il rapporto fra flusso di coscienza e percezione del tempo. L'esempio di Joyce, della coscienza di Zeno di Svevo e analisi la persistenza della memoria di Dalì

Svevo, La Coscienza di Zeno




Svevo, La Coscienza di Zeno, Joyce


 IL TRAIT D’UNION FRA FLUSSO DI COSCIENZA E SENTIMENTO DEL TEMPO

 

 

“…il tempo non è quella cosa impensabile che non si arresta mai . Da me solo da me ritorna…”

Zeno Cosini (alias Svevo?!)

 

 

“La Coscienza di Zeno” è l’autobiografia di un ricco commerciante triestino, che, giunto alla soglia dei sessant’anni, si rivolge indietro a considerare la sua vita. Il romanzo è, infatti, in prima persona e Zeno Cosini, il protagonista, è contemporaneamente l’attore ed il narratore della storia che lo riguarda . Apprendiamo dalla Prefazione, che apre il romanzo e che non appartiene a Zeno, ma ad un tale dottor S., che la presunta autobiografia è, in realtà, un atto terapeutico, essendo stata scritta come preludio ad una cura psicanalitica, su consiglio del medico stesso. Ora viene pubblicata da costui “per vendetta”, per punire il malato che si è “sottratto alla cura, truffandomi”, dice il medico, “della mia lunga, paziente analisi di queste memorie”. Da un’analisi strutturale del romanzo emerge subito che esso presenta distinti piani temporali. Uno è quello dell’attualità del presente, l’ “adesso che scrivo”, come dice Zeno, nel quale si svolgono contemporaneamente la redazione delle memorie e la cura psicanalitica, che, incominciata nel 1914, viene interrotta dalla Guerra del 1915 e giudicata retrospettivamente nel ‘16. L’altro piano riguarda gli eventi rievocati che risalgono a venticinque anni prima, dalla morte del padre alla morte del cognato Guido.

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Durante questo periodo avvengono fatti importanti: la condanna testamentaria di Zeno ad una condizione di perpetua irresponsabilità sotto la  tutela dell’amministratore Olivi, il fidanzamento ed il matrimonio con Augusta, la relazione extraconiugale con Carla, l’attività nella ditta del cognato Guido, nonché il suicidio, involontario di quest’ultimo. Questi fatti occupano i capitoli centrali del romanzo, dal 4° al 7°. Tutti i capitoli sono sconnessi tra loro, in una trama frammentaria. Il fattore tempo  ha quindi nel romanzo una grande importanza ed a buon ragione, come dice Ferroni, “La Coscienza di Zeno” è

 

“un’opera sul tempo, una sottile indagine sul rapporto tra tempo della scrittura e della cura ed il tempo della vita, tra il flusso del presente, in cui la coscienza interroga se stessa ed i propri ricordi ed il flusso dell’esistenza trascorsa e perduta”.

 

Nel romanzo il “sentimento del tempo” è quindi decisamente sconvolto perché posto in relazione al flusso di coscienza del protagonista, al disordine, al fluttuare caotico della sua psiche. Il tempo, conclude Zeno, “non è quella cosa impensabile che non si arresta mai . Da me solo da me ritorna”. Il tempo cui si riferisce Zeno è, per Benvenuti,

 

“quello che vive nella sua coscienza, dove il passato si confonde con il presente, dove tutto ritorna sempre uguale e diverso rispetto a ciò che è stato”.

 

Il tempo, perciò, non è rappresentabile come una linea retta ma come una spirale in cui, sulla falsariga della metafora del gomitolo di Bergson, di cui abbiamo già parlato, i ricordi assumono  diverse forme e creano nuove realtà, che non è possibile identificare con quelle originarie.

 

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In ultima analisi, alla luce di quanto sinora esposto, si può dire che la memoria ripesca gli avvenimenti passati e li reintegra, muovendo dal presente, che, in continua metamorfosi, si ricostruisce dal confronto con il passato: “il tempo che passa getta ogni momento un reagente”, scrive Zeno, alla fine del Preambolo. Joyce e Virginia Woolf, come Svevo, percepiscono la realtà in correlazione con la coscienza individuale. Questi autori descrivono il flusso di pensieri, impressioni ed impulsi che si trovano nella mente umana, indipendentemente dalla volontà dei personaggi. Questo processo mentale è chiamato “stream of consciousness”, ovvero “flusso di coscienza”. Questa espressione venne utilizzata per la prima volta dal filosofo americano William James nei suoi “Principi di Psicologia” (1890). Dal punto di vista letterario il “monologo interiore” è l’espressione verbale del fenomeno psichico denominato “flusso di coscienza”. L’autore mediante questa tecnica “registra” il flusso di pensieri del suo personaggio senza l’interferenza tradizionale del narratore, vale a dire senza l’uso formale del discorso diretto od indiretto. In accordo con il pensiero di Bergson, mediante il monologo interiore, l’autore riproduce il fluire caotico di pensieri e stati emotivi, creando una commistione fra passato, presente e futuro, senza rispettare l’ordine cronologico. L’uso del monologo interiore, da un lato permette al lettore di avere un’introspezione nella mente del personaggio, evidenziando i suoi lati razionali ed irrazionali, e dall’altro libera il romanzo dalla presenza del narratore, talvolta opprimente.
Eros Tarditi




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