Finora l’efficacia o la tossicità dei farmaci è sempre stata testata solo sull’uomo, ma sono stati utilizzati anche per la donna, senza tener conto però delle differenze fisiologiche tra i due sessi.
Solo ora si parla di una “medicina di genere”, che, considerando la variabile uomo/donna, sia volta ad una diversa sperimentazione clinica e farmacologia ed all’utilizzo di farmaci testati su entrambi i sessi.
Le ragioni di un comportamento atavico vanno ricercate essenzialmente in un profondo pregiudizio che ha sempre visto l’uomo delegato alla produttività e la donna alla riproduzione, ma i nuovi stili di vita che hanno introdotto anche la donna nel mondo della produttività hanno indotto oggi ad una revisione del problema ed hanno portato alla ribalta la questione.
Nel prendere atto di questo nuovo atteggiamento, sia pure tardivo, non possiamo comunque prescindere da alcune considerazioni di tipo morale. Credenze sociali e falsi pregiudizi infatti hanno influenzato da anni la ricerca farmacologica, contravvenendo ad un principio elementare, che è appunto la diversità fisiologica della donna e soprattutto la sua diversa struttura e possibilità di metabolizzare i farmaci. In questo modo non solo è stato inficiato il principio della parità e dell’uguaglianza, ma soprattutto è venuto meno il senso profondo del rispetto della vita anche dell’altra metà del cielo. Risulta avvilente constatare la superficialità anche in una materia delicata come la salute, che richiede invece una seria e comprovata sperimentazione, oltre ad una profonda conoscenza degli esiti e della tossicità del farmaco che si intende utilizzare.
Ma ciò che risulta sorprendente e che non può che generare uno stato di profondo sconforto e delusione nei confronti non solo della scienza, ma anche di tutte le strutture responsabili, è il fatto che oggi , a prescindere da qualcuno di buona volontà, la questione, pur legittima, non ha avuto la dovuta e necessaria risonanza, né é stata presa seriamente in considerazione dalle istituzioni deputate per giungere ad una repentina risoluzione del problema.
La questione di una nuova e diversa ricerca farmacologica non è procrastinabile. Per troppo tempo sono stati commessi errori assurdi ed imperdonabili a danno della salute, ignorando che essa è uno dei principali diritti dell’individuo e quindi anche della donna!
Il problema perciò deve essere inquadrato in quello più vasto che riguarda la tutela dei diritti umani e che di conseguenza deve essere regolamentato da una chiara e precisa normativa, che stabilisca anche adeguati e continui controlli sulla sua applicazione, ma soprattutto l’abitudine all’uso indifferenziato e non provato di farmaci è la dimostrazione dell’assenza nella società contemporanea di veri ed autentici valori quali l’ amore, l’onestà, il rispetto dell’altro, che non possono albergare là dove l’interesse all’essere è soppiantato da quello all’avere.
Prof.ssa Noemi Di Gioia
L'articolo è stato anche pubblicato da farmacie.it il 2.3.2007