Le donne ai vertici della società: una questione di democrazia


"I tempi sono maturi da un pezzo anche in Italia", perché le donne possano raggiungere i vertici delle strutture statali: sono le parole che il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha detto alla Facoltà di Lettere della seconda università di Roma Tor Vergata, dopo aver ascoltato la relazione di Miriam Mafai, che durante il convegno “A 60 anni dalla nascita della Repubblica e dalla Costituente”, ha parlato anche del 60/o anniversario del voto alle donne.
In realtà pur essendoci stati dei passi in avanti sul piano dell’emancipazione della donna, i tempi non sembrano “maturi” per una reale e sostanziale parità tra i due sessi. Basti pensare che la crisi economica, le carenze del vecchio stato sociale, la mancanza di strutture adeguate e di servizi sociali per l’infanzia e per gli anziani continuano a gravare soprattutto sulle donne. In ambito lavorativo quest’ultime riescono ad affermarsi solo nei settori lasciati liberi dagli uomini o in quegli ambiti a cui si accede in seguito a concorsi o a selezioni severe. "In politica,” invece, secondo Miriam Mafai, “non si entra per concorso ma in virtù di una cooptazione da parte dei gruppi dirigenti, che mantengono un privilegio quasi esclusivo agli uomini. A Montecitorio ci sono oggi 108 deputate. Nel 1946 erano 26. Ma siamo ancora lontani da quel 30% che l'Unione europea ha indicato come il limite minimo accettabile".
Ciò può avvenire solo attraverso un processo di maturazione della democrazia all’interno dei partiti che agevoli procedimenti democratici: si tratta di una svolta culturale prima ancora che politica che deve modificare la mentalità prevalente.
Per questo motivo non mi sembra che sia un obbiettivo perseguibile con l’imposizione di leggi o disposizioni come le quote rosa. In merito ha ragione Miriam Mafai quando afferma che “questo strumento può garantire un'adeguata rappresentanza solo con una legge elettorale rigorosamente proporzionale e senza le preferenze. Non mi pare il massimo della democrazia.”
Bisogna quindi alimentare il senso della democrazia nei vari partiti perché le donne possano avere quel riconoscimento che a loro spetta in una società civile, che per un suo sviluppo armonico ed equilibrato ha bisogno del contributo differenziato, ma complementare, che deriva sia dalla mentalità e dalle qualità intrinseche dell’uomo, sia da quelle della donna, che peraltro ha pari dignità giuridica innanzitutto come persona e poi, non dimentichiamo, come espressione dell’altra metà dei componenti della società. I pochi esempi di donne con responsabilità di governo purtroppo non rappresentano la “tipologia” della mentalità femminile, perché sono ancora vittime di un pensiero costruito su influenze e metodologie rigorosamente al maschile, in una società dove, per dirla con Mafai, le donne “devono scontare tuttora un maschilismo radicato”.

Prof.ssa Noemi Di Gioia

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