Nell’antichità classica era prevalente una concezione negativa del lavoro. Platone , per esempio ipotizzava una polis perfetta sulla divisine del lavoro e sulla conseguente ripartizione della popolazione in due classi: la prima, più numerosa, era la classe dedita alla produzione, la seconda, a cui appartenevano i guerrieri ed i filosofi-governanti, svolgeva invece un’attività “più alta”, al di fuori della sfera lavorativa. In modo analogo Aristotele sosteneva che l’individuo intelligente è “per natura” padrone, mentre quello dotato fisicamente è “per natura” schiavo e a costui spettava la mansione lavorativa.
E’ la tradizione ebraico-cristiana ad affrancare l’idea del lavoro dalla svalutazione della tradizione antica , favorendo valutazioni positive sul suo concetto, che poi hanno sviluppato, in epoca moderna, la concezione del lavoro come elemento essenziale nell’esistenza umana. E’ vero che nel racconto biblico della creazione, il lavoro è la condanna in seguito al peccato originale, ma è anche vero che il lavoro viene riconosciuto come mezzo di riscatto, al punto tale che viene legittimata un’etica del lavoro. E’ la tradizione socialista comunque che rivendica la necessità di un lavoro non alienante e non alienato e rivendica la costituzionalizzazione del diritto al lavoro. In tempi moderni Henri Bergson vede il lavoro come la prima manifestazione della creatività umana e nell’ambito della filosofia esistenzialista , Karl Jaspers arriva a definire il lavoro come “la natura essenziale dell’uomo in contrasto con l’animale”, riassumendo così la tendenza della filosofia moderna a considerare il lavoro come attività fondamentale dell’esperienza umana ed in generale ad esaltare la produttività.
Oggi però assistiamo ad una nuova tendenza, che può essere ben sintetizzata con le parole di Augusto Barbera : “il lavoro tende sempre meno ad essere visto come l’attività che identifica l’uomo, dà senso alla sua esperienza e la arricchisce”, in quanto esso è diventato “un bene scarso e d’altra parte finisce per costituire un fattore economicamente secondario nel processo produttivo”. La rivoluzione informatica e tutti i cambiamenti socio-culturali di quest’ultimo decennio hanno difatti rivoluzionato anche il mondo del lavoro: le macchine hanno sostituito parte della catena di montaggio ed eliminato gran parte dell’attività esecutiva, proprio quella che aveva dato occupazione alla gran massa della forza-lavorativa. Ciò ha comportato la crisi dei modelli sociali che si sono sempre ispirati all’idea del lavoro come fattore di emancipazione, una nuova organizzazione post-fordista del lavoro, che semplifica la struttura gerarchica dell’azienda ed anche una diminuzione del tempo lavorativo. In questa nuova ottica Jurgen Habermas non riconosce più il lavoro come l’unica attività sociale fondamentale, ma accanto ad esso pone anche “l’agire comunicativo” e molti studiosi parlano oggi di “ fine della società del lavoro” o addirittura “fine del lavoro”. Sono indubbiamente delle affermazioni troppo categoriche, che presuppongono un’interpretazione limitata del concetto di lavoro.
Esso infatti va inteso come una qualunque attività che produce un’azione, anche se non tangibile o retribuibile, per cui, in questo senso, anche l’attività intellettuale deve essere considerata un’attività lavorativa. Ha ragione allora Augusto Barbera, quando ricorda che dalla stessa Costituzione emerge un concetto ampio di lavoro: l’art. 4 richiede a tutti i cittadini un’attività che favorisca il “progresso materiale o spirituale della società”, comprendendo le attività retribuite, ma anche quelle elettive e volontarie, quelle di produzione di beni e di servizi, ma anche quelle inerenti la cura delle persone, la tutela della società e dell’ambiente. Di conseguenza il lavoro, nella sua accezione più ampia, non può non risultare un’attività innata ad ogni uomo. Allora non è legittimo parlare di “fine della società del lavoro” rispetto al passato, in quanto ciò che sta cambiando è la tipologia del lavoro. Le mutate esigenze quindi dovrebbero indurci a modificare la nostra ottica ed a liberarci dall’idea ossessionante della produttività, per cominciare a prevedere prospettive lavorative molto differenti dal passato, che possono spaziare dall’attività di ricerca e di studio a quella di assistenza e cura della persona e dell’ambiente. In particolare, contrariamente alla prassi, il concetto di lavoro, inteso come attività, non può avere di per sé una valenza positiva o negativa , ma negativo o positivo è solo il risultato che ne scaturisce.
Prof.ssa Noemi Di Gioia