Quando si diventa adulti?!


Per i nostri padri l’età adulta iniziava giuridicamente a 21 anni, in realtà già a 18 anni avevano accumulato un grosso bagaglio di esperienza lavorativa ed erano pronti a creare una propria famiglia e ad assumersi delle responsabilità. Diventavano presto adulti non solo secondo il significato biologico, sociale o legale del termine, ma soprattutto in senso psicologico, quando, per dirla con Malcom Knowels, si arriva “ ad un concetto di noi stessi come persone autonome e responsabili della nostra vita”. Oggi invece c’è un’inversione di tendenza che prolunga l’età della giovinezza e spinge i giovani ad allungare oltre il necessario il periodo di studio ed a rinviare qualsiasi scelta, procrastinando all’infinito anche la creazione di una propria famiglia. Ma la vita ha i suoi ritmi biologici che non devono essere disattesi!
Non è corretto pensare all’incertezza ed alla discontinuità del mondo del lavoro come le uniche cause di questo fenomeno, anche perché non era certamente migliore il clima in cui si trovarono ad operare i nostri genitori, aggravato oltretutto dalla tragedia della guerra e dal disorientamento di un dopo completamente da ricostruire. Le vere motivazioni della questione vanno invece ricercate da una parte nell’eccessiva protezione dei giovani da parte della famiglia e della scuola, che non li porta a confrontarsi con la fatica, con l’impegno e con lo stesso compromesso che spesso la vita richiede, dall’altra nel fatto che nell’attuale sistema socio-economico non vengono offerte loro delle opportunità di lavoro e di crescita, condannando così all’infelicità ed al disadattamento un’intera generazione.
Forse per la prima volta nella storia politica italiana la realtà giovanile sembra messa al bando: i bonus che permettono al lavoratore di prolungare la vita lavorativa oltre i limiti d’età previsti dalla legge sono il frutto di una logica miope e di breve periodo, che, se porta ad un risparmio immediato sulle pensioni, toglie però ai giovani quelle poche possibilità che oggi offre il mondo del lavoro e non solo li condanna nell’immediato all’inattività ed alla difficoltà di poter realizzare progetti personali e professionali, ma soprattutto impedisce loro di fare esperienze ed imparare in un’età propizia e fervida di risorse e di poter crescere attraverso occasioni foriere di conoscenze e di nuovi stimoli, con gravi ricadute sulla qualità delle loro prestazioni lavorative future, ma soprattutto sulla qualità della loro stessa vita. La precarietà delle esperienze di lavoro, la frammentazione e la mancanza di senso di molte esperienze scolastiche e formative, il prolungamento spesso logorante dell’età della giovinezza non solo deresponsabilizza i giovani, ma anche influenza il loro atteggiamento verso il lavoro, diventando spesso causa di una sorta di confusione tra i sogni e la realtà quotidiana. Ha ragione Walter Passerini quando in un suo articolo, Alla ricerca del sapere perduto. Gli atteggiamenti giovanili verso il lavoro e la formazione, afferma che“ il loro immaginario del lavoro è fortemente condizionato da influenze mediatiche, dallo spettacolo di cui sono spesso spettatori impotenti sul set della vita…: i miti professionali della TV, del cinema diventano il sogno, il miraggio, l’oggetto di un desiderio senza alcuna mediazione con la realtà…( e ciò) è espressione…di una mai raggiunta adultità”.
Di fronte alla scelta dell’opportunismo é necessario allora rilanciare una campagna a sostegno della centralità dell’uomo e dei suoi autentici valori e a difesa del diritto al lavoro, inteso come possibilità di crescita e non solo come mezzo di sostentamento.
Prof.ssa Noemi Di Gioia



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