Crea sito

A Zacinto di Ugo Foscolo: testo, analisi e commento. La concezione della poesia eternatrice come preludio al carme Dei Sepolcri

A Zacinto di Ugo Foscolo: testo del sonetto


Il sonetto A Zacinto rientra in un gruppo di quattro (Alla sera, A Zacinto, Alla Musa, In morte del fratello Giovanni) che si sono aggiunti agli otto che Foscolo aveva pubblicato in precedenza (Non son chi fui, Che stai?, Te nidrice alle Muse, E tu ne' carmi, Perché tacci, Cisì gl'interi giorni, Meritamente, Solcata ho fronte).



foscolo, A Zacinto, sonetti


Né più mai toccherò le sacre sponde
ove il mio corpo fanciulletto giacque,
Zacinto mia, che te specchi nell’onde
del greco mar da cui vergine nacque

Venere, e fea quelle isole feconde
col suo primo sorriso, onde non tacque
le tue limpide nubi e le tue fronde
l’inclito verso di colui che l’acque

cantò fatali, ed il diverso esiglio
per cui bello di fama e di sventura
baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.

Tu non altro che il canto avrai del figlio,
o materna mia terra; a noi prescrisse
il fato illacrimata sepoltura.

Il sonetto presenta un periodo ipottattico così lungo da estendersi per ben due quartine e la prima terzina e conferisce un crescendo nel ritmo, quasi a voler sottolineare la tensione e la disperazione che procura al poeta la sua condizione di esule.
Già fin dall’inizio la sequenza di tre parole incisive, “Né più mai”, ribadiscono infatti la consapevolezza di Foscolo di non poter tornare nella sua patria, perché, proprio nella loro lapidarietà, escludono qualunque altra possibilità. Il concetto viene ripreso in chiusura del sonetto, secondo una perfetto espediente circolare, con l’immagine di una “illacrimata sepoltura” , lontano dalla madre e dalla patria materna.
All’interno del sonetto appaiono i temi centrali della poesia foscoliana: la nostalgia della patria, il ricordo di un’infanzia serena, ma irrimediabilmente perduta, il destino avverso, l’esilio, come rifiuto dei valori di una società, che non accettava e di contro il desiderio di un paese ideale, simboleggiato da Zante, che diventa anche l’emblema del mondo greco, osannato soprattutto per la bellezza e l’eroicità dei suoi rappresentanti. A questi temi vanno aggiunti quello del sepolcro e la dolorosa consapevolezza di una “illacrimata sepoltura”, lontano dalla terra materna.
Quella materna è una figura centrale e molto forte. Nell’altro sonetto, In morte del fratello Giovanni, è la madre che tiene unita la famiglia, parlando al figlio morto dell’altro esule e diventa quindi non solo l’elemento unificatore tra il mondo dei morti e quello dei vivi, ma ha anche il grande potere di consolare, essendo per tutti il più importante elemento di riferimento. Ed é proprio questa madre, che rappresenta l’unica speranza per il figlio Foscolo fuggiasco di gente in gente: “questo di tanta speme oggi mi resta!
Straniere genti, almen le ossa rendete
allora al petto della madre mesta.”

Anche nel sonetto A Zacinto l’elemento materno è fortemente presente e domina l’intera struttura: è rappresentato simbolicamente dall’acqua. Essa, in quanto genera la vita, da essa è nata Venere ( “nell’onde/del greco mar da cui vergine nacque/ Venere”), è paragonabile infatti alla madre. Il simbolo acqua-madre ritorna in tutto il componimento: “nell’onde/del greco mar”, “l’acque/cantò fatali” e anche con il riferimento ad elementi che si collegano ad essa, “sacre sponde” e “quelle isole”.
Questo sonetto riveste una particolare importanza per la centralità del concetto della poesia eternatrice, che, nella misura in cui la poesia diventa l’unica possibilità di sottrarre l’uomo all’annullamento totale, permette il superamento da parte del poeta di quella filosofia materialistica meccanicistica della metà del settecento, secondo cui tutto è materia e tutto è sottoposto ad un ciclo perenne di vita e di morte.
Viene anticipato infatti in A Zacinto quello che poi sarà il messaggio più importante dei Sepolcri, in cui il poeta contrappone alla visione materialista, per la quale “…involve/tutte cose l'obblío nella sua notte” la conclusione che, quando il tempo avrà distrutto tutto “le Pimplèe fan lieti/di lor canto i deserti, e l'armonia/vince di mille secoli il silenzio”, perpetuando così le gesta umane, “finché il sole risplenderà sulle sciagure umane”.
Per questo motivo nella parte centrale del sonetto A Zacinto Foscolo enfatizza la poesia di Omero (“l’inclito verso di colui” ), grazie alla quale è rimasto eterno il ricordo di Ulisse (“bello di fama e di sventura”).
E’ quella stessa immagine di Omero che viene ripresa nella parte finale dei Sepolcri, per celebrarne la poesia, in quanto trasmettitrice ed eternatrice delle gesta dei greci e dei troiani: “…il sacro vate …/i prenci … eternerà per quante/abbraccia terre il gran padre Oceàno… e finché il Sole/ risplenderà su le sciagure umane.”
Nel sonetto A Zacinto Foscolo, aggiungendo anche se stesso come poeta, procede con un confronto tra sé e Omero. Come Omero ha immortalato Ulisse e Itaca con i suoi versi, così Foscolo con la sua poesia può immortalare la fama di Zacinto e tramandare il ricordo di chi l’ha descritta. C’è anche il confronto tra la sua situazione di esule e quella di Ulisse, con la differenza però che mentre Ulisse poté baciare la «petrosa Itaca», egli non ritornerà nella sua Zacinto, per cui potrà solo scrivere:
“ non altro che il canto avrai del figlio,
o materna mia terra; a noi prescrisse
il fato illacrimata sepoltura.”

Ma il richiamo alla figura di Ulisse ha anche un altro scopo: l’esigenza di ricorrere al mito, in quanto per le sue prerogative di universalità ed atemporalità, permette di evocare sentimenti ed emozioni comprensibili e condivisibili da tutti.
Ma soprattutto é il mito che, attraverso le allegorie, le metafore, i simboli, permette all’uomo di arrivare al significato più recondito delle cose e quindi di trovare una spiegazione ai fenomeni della vita, comprese le sofferenze e la morte, per cui Foscolo, sollevando le sue vicissitudini e se stesso, proprio attraverso l’identificazione con Ulisse, a livello di mito, riesce ad individuare un senso alla sua sofferenza e a viverla come il prezzo da pagare per la sua fama, che gli deriva dalla consapevolezza del valore della sua missione nel mondo.
Altri elementi in questo sonetto assurgono a livello del mito, come per esempio la Bellezza. In A Zacinto infatti non solo viene celebrata la Poesia per il suo potere di “eternizzare”, ma anche come mezzo per esaltare la Bellezza e l’Armonia, considerati dal poeta gli unici rimedi agli affanni della vita: l’inno alla bellezza si concretizza sia attraverso il recupero del mito di Venere, sia attraverso la descrizione della bellezza della natura, del clima e delle vegetazione di Zacinto, resa fertile dal primo sorriso della dea.
Anche in questo caso il mito della Bellezza non ha solo una finalità estetica, ma anche e soprattutto spirituale e psicologica. Permette infatti a Foscolo, attraverso la contemplazione del bello, di dominare e di stemperare la sua passionalità e solo così, con l’animo rasserenato, può allontanarsi dal contingente e dall’individualità e meditare con distacco sulla realtà, trasferendola, come abbiamo visto, da una dimensione personale ad una più generale, che investe la riflessione sull’intera umanità.




Argomenti correlati

Il flusso di coscienza e la percezione del tempo. Joyce, Svevo, la persistenza della memoria di Dalì

Il concetto di tempo in arte e letteraura. Le opere di Pirandello e Svevo

In che termini si può parlare di pessimismo in Verga?

Rapporto tra il vero e l’inventato in Manzoni

Individuum e sexus in Leopardi

La noia in Leopardi

Il passero solitario di Leopardi

Leopardi Il Sabato del villaggio. Testo e commento

La quiete dopo la tempesta: ottimismo e pessimismo in Leopardi

A Zacinto di Ugo Foscolo: testo, analisi e commento

Il sonetto Alla sera di Ugo Foscolo. Testo ed analisi del primo dei Sonetti

home